Anche l'attore Aziz Ansari è finito al centro dello scandalo delle molestie sessuali messe in atto da personaggi dello spettacolo, ma questa volta le accuse hanno destato non poche perplessità. L'artista, infatti, è stato accusato da una fotografa non di aver compiuto atti sessuali senza il suo consenso: il consenso c'era, ma la donna avrebbe comunicato tramite segnali non verbali di non sentirsi a proprio agio, e siccome Ansari non avrebbe colto queste indicazioni, la donna al termine dell'appuntamento si sarebbe sentita violata.
Pubblico ludibrio
La donna - che ha scelto di rimanere anonima - ha scritto all'amica e giornalista Katie Way quanto accaduto, e nel pezzo sono stati riportati minuziosamente tutti i dettagli della presunta performance sessuale. In questo modo, l'attore è venuto a conoscenza di una situazione di cui non si era precedentemente reso conto: la fotografa, infatti, non aveva manifestato, di fatto (né durante l'appuntamento, né successivamente), un tale stato d'animo ad Ansari, che si è prontamente scusato per il fraintendimento.
Quanto può essere devastante, per un individuo, accendere il telefono e scoprire che tutti i dettagli più intimi di una sua serata sono diventati improvvisamente di pubblico dominio, condivisi e rimbalzati su tutti i giornali?
Si è tanto discusso della gravità del "revenge porn", la condivisione di immagini e video intimi su internet senza il consenso dei diretti interessati: cosa c'è di differente in questo caso? Come avremmo reagito se un uomo avesse diffuso i dettagli di una performance sessuale di una donna?
In presenza di vere violenze e molestie sessuali, la psiche del violentatore o del molestatore non avrebbe alcuna importanza, ma non è questo il caso: perché allora esporre così alla gogna mediatica una persona? Perché accodarsi al movimento MeToo?
La ragazza, nell'articolo, rivela perfino che l'attore, durante la cena, avrebbe scelto il vino senza chiederle il permesso, considerando anche quest'atto come una forma di violenza, e affermando che la serata deludente sarebbe stata da denuncia.
E così, anche le aspettative deluse di un appuntamento diventano un crimine, un qualcosa che necessita di vendetta, almeno stando a questo genere di dichiarazioni. Ma questa vicenda non aiuta il movimento MeToo, anzi: in un momento storico in cui le vittime di stupro hanno iniziato a definirsi "survivors", piuttosto che "victims", per sottolineare l'importanza di reagire davanti ad un trauma, definire molestie e stupri anche atti di minima importanza contribuisce a sminuire e a far perdere credibilità a persone che hanno davvero sofferto e che lottano affinché i crimini che hanno dovuto subire fossero riconosciuti.
Dall'altra parte, sempre più uomini come Aziz sono costretti a scusarsi e ad ammettere "crimini" che, in realtà, non hanno compiuto.
Perché? Nella psicologia criminale, è noto che spesso gli innocenti hanno confessato delitti che non avevano mai compiuto. Questi episodi si possono dividere in due categorie: da una parte coloro che, dopo pressioni, si autoconvincono di aver commesso un atto criminale; dall'altra coloro che, sempre a causa di pressioni e torture fisiche e non, confessano una colpa inesistente per mettere fine all'interrogatorio o alle accuse. In che categoria ricadono questi uomini? Difficile dirlo. Di certo c'è che diventa sempre più difficile non credere a chi definisce quanto sta accadendo una "caccia alle streghe".