Aprite il video “José Antonio Abreu- El Sistema”, memorizzatene la melodia, fatevela entrare in testa. Adesso immaginate dei bambini, tanti bambini, che al ritmo di questa musica cambiano la loro vita. Chi avrebbe mai altrimenti parlato di loro? A quali rumori sarebbero stai abituati, poi addestrati?
Forse a quello di una sirena di polizia, a quello di una sparatoria alle quattro del mattino, o più semplicemente a quello dello stomaco quando hai fame. Sabato 24 marzo muore a Caracas, all’età di 78 anni, José Antonio Abreu, “El Maestro”, così come tutti lo chiamavano.
Chi era José Antonio Abreu?
Economista, Ministro della Cultura all’inizio degli anni ‘80, il venezuelano di origini italiane (il nonno materno era direttore della banda musicale di Marciana, nell'Isola d'Elba, il quale emigrò in Venezuela nel 1897) ha in realtà dedicato la sua vita alla musica, creando nel 1975 un metodo pedagogico, “El Sistema”, che puntasse a integrare i giovani attraverso l'insegnamento gratuito e collettivo della musica.
Ebbe inoltre l'idea di diffondere la musica tra i bambini dei quartieri poveri creando un progetto governativo. Un'intuizione che ebbe grande successo: in 40 anni più di 900.000 bambini e adolescenti e 10.000 insegnanti coinvolti in oltre 1.500 orchestre e cori in tutto il Venezuela, mentre El Sistema veniva replicato in più di 50 altri Paesi.
“Oggi possiamo affermare che l’arte in America Latina non è un monopolio delle élites, ma si è trasformata in un diritto sociale, un diritto del popolo, di tutto il popolo”. Queste proprio le parole di Abreu, durante il suo discorso per il “Ted Prize” del febbraio del 2009, conferenza con cadenza annuale la cui missione è riassunta nella formula “ideas worth spreading” (idee che vale la pena diffondere), una divulgazione scientifica e non solo atta ad attivare tutte quelle idee capaci di cambiare il mondo.
A parlare de “El Sistema” è anche una delle tante adolescenti che ne hanno preso parte: “qui non ci sono distinzioni di classe, non conta che tu sia nero o bianco, che tu abbia i soldi oppure no… semplicemente, se possiedi un talento, una vocazione e la voglia di restare qui, puoi farlo, non devi far altro che Musica e condividerla con noi”.
Sebbene El Sistema abbia ricevuto negli anni finanziamenti da ogni tipo di governo, conservatore e di sinistra, succedutosi nei decenni successivi alla sua nascita (è soprattutto sotto la presidenza di Hugo Chavez che l’intero budget è stato coperto dallo stato), esso non è stato esente da critiche. Nei primi anni duemila il ricercatore universitario inglese Geoffrey Baker dopo un lungo lavoro di indagine in Venezuela, dichiarò al Guardian che ne El Sistema non è tutto oro ciò che luccica, e denunciando un carattere gerarchico e autocratico di stampo quasi militare all’interno della gestione del sistema di orchestre, tentò di farne crollare i fini ideali e utopistici.
Al di là delle critiche che hanno accompagnato El Sistema insieme ad encomi e incentivi economici, molti sono i bambini che, ottenendo col tempo l’accesso gratuito alla pratica musicale, sono stati allontanati e salvati dalle derive della droga e dei crimini nelle periferie urbane delle città venezuelane e che adesso, in qualità di grandi musicisti e direttori d’orchestra, compongono il panorama sinfonico mondiale.
Tra questi Gustavo Dudamel, direttore di orchestra venezuelano, formatosi in seno al programma di Abreu e oggi direttore della Los Angeles Philharmonic Orchestra, che anche all’indomani della scomparsa del suo maestro non ha esitato a mostrarne la profonda riconoscenza. Ha infatti scritto su Twitter: "Con tutto il mio amore ed eterna gratitudine al mio mentore e al padre di El Sistema".
Lo stesso Dudamel, insieme ad Abreu, era stato vicino, oltre che al governo Chavez, come già sottolineato, anche al governo Maduro, anche se poi fu proprio Dudamel a segnarne il distacco, condannandone “la violenza e la repressione” nelle manifestazioni in cui 125 persone sono state uccise tra aprile e luglio 2017.
La società non è che un’orchestra
Dal sopracitato discorso per il Ted Prize è possibile comprendere in che modo Abreu concepisse l’orchestra ed il coro come lo specchio, la proiezione, di una società perfetta, quel micro-cosmo che esemplifica il macro-cosmo, la società, appunto, che l’uomo compone e con cui entra in contatto (e in relazione) vivendo. In questo senso la musica ha un valore e una missione interamente sociali: essa riconosce l’individuo nella sua singolarità e dignità, lo riscatta ed emancipa, e lo fa tenendo conto del suo necessario esistere all’interno di una dimensione maggiore e “co-esistenziale”. Tre sono i piani, secondo quanto asserisce Abreu, entro i quali l’individuo è chiamato a confrontarsi:
- Società (intesa non come somma di individui in cui vigono esclusivamente rapporti d’interesse, ma come comunità in cui vigono rapporti di solidarietà),
- Famiglia
- e se stesso.
L’ordine di questi piani potrebbe essere invertito, non ne risulterebbe invariato il processo cognitivo, il riconoscimento dell’individuo come “tutto”, ma anche come “parte del tutto”, due dimensioni che, per quanto paradossale, si completano.
Orchestra e coro, nella loro essenza, sono molto più che strutture artistiche, sono un modello, sono “scuola di vita sociale”, perché suonare e cantare insieme significa convivere nella maniera più intima e osmotica, raggiungendo, attraverso una rigorosa disciplina di organizzazione e coordinazione, quella soave armonia tra voci e strumenti, tra uomini e uomini, tra uomini e mondo.
L’orchestra de “El Maestro”, con soli undici componenti al suo esordio, è riuscita così ad espandersi e a diventare la prima in tutto il Venezuela, trasmettendo, oltre ad un incondizionato amore per la musica, beninteso, messaggi di vitalità, energia, forza ed entusiasmo, una commozione che deriva dal profondo dell’anima e che risveglia quell’empatia, quella sintonia emozionale tra pubblico ed esecutori che “aliena”, ma al contempo umanizza, accresce lo spirito di solidarietà, di fraternità, ma anche l’autostima del singolo e tutti quei valori etici ed estetici legati ai sensi.
In sintesi: immaginazione creatrice, commozione estetica, passione di vivere.
La musica, non più diletto di un élite ristretta, ma strumento di riscatto, di autoaffermazione, ma anche di coesione e collaborazione per tutti, dà atto ad una profonda trasformazione culturale, che coinvolge l’intera società venezuelana, anche se ad elevarsi è la condizione spirituale di ogni essere umano, e per tale ragione, come placidamente afferma uno dei ragazzi di Abreu, “la musica è Vita, nient’altro che Vita”.