Il mondo del lavoro, sempre più globalizzato e globalizzante, presuppone, come prerequisito irrinunciabile, una discreta conoscenza della lingua inglese. Ma anche l’istruzione universitaria, dove vengono formati i giovani pilastri della società di domani, non sottovaluta l’importanza dell’idioma anglosassone. In ogni caso, al giorno d’oggi, non inserire nel proprio CV la padronanza dell’inglese tra le skills, sembra significare un viaggio di sola andata per il fondo del plico di domande.

Il caso del Politecnico

In linea con il fenomeno di internazionalizzazione linguistica, il Politecnico di Milano non aveva perso l’occasione di rimanere aggiornato.

Nel 2012, infatti, aveva cominciato a organizzare corsi erogati esclusivamente in inglese, per attirare studenti provenienti da Paesi esteri, ma anche per fornire a quelli italiani servizi finalizzati a un contesto globale. La proposta aveva trovato la ferma opposizione di alcuni docenti che, ricorrendo al Tar, avevano ottenuto la bocciatura della decisione. Era risultato inutile il ricorso al Consiglio di Stato, da parte dell’Ateneo, che, secondo i giudici, avrebbe operato una “discriminazione” nei confronti di chi non possiede una sufficiente conoscenza dell’inglese.

La difesa della lingua

Da parte sua, l’Accademia della Crusca aveva difeso a spada tratta la madre lingua, preoccupata da una presunta “abolizione sistematica dell’italiano”.

E se non fosse una minaccia, ma una logica conseguenza del periodo storico in cui viviamo? Magari, negli ultimi decenni di liberismo economico, che ha portato all’abbattimento di molte frontiere culturali, la ricerca di una lingua comune potrebbe rivelarsi una necessità, più che un attentato alla sovranità linguistica di uno Stato. Se preservare un’identità è fondamentale, allo stesso modo è difficile ignorare un mercato del lavoro (e dello studio), che non può prescindere dall’espansione dei processi produttivi al di fuori dei confini nazionali.

L’insufficienza delle superiori

Eppure, l’Italia è uno dei Paesi che certifica il maggior numero di attestati di Cambridge, perlopiù ottenuti tramite corsi privati.

Quindi, se a livello universitario la conoscenza della lingua straniera risulta ancora essere un problema, la causa va ricercata ai “piani più bassi”. L’istruzione media e superiore forse non dà la giusta importanza all’insegnamento dell’inglese, che si limita a qualche testo di Shelley studiato un po’ a memoria, spesso verificato da insegnanti non perfettamente qualificati. Durante vent’anni di film doppiati e poco studio, è logico che uno studente, senza supporti esterni all’istituzione scolastica, abbia una conoscenza dell’inglese insufficiente. “Che vuol ch’io faccia del suo latinorum?”, esclamava Renzo di fronte alle infide scuse proposte da Don Abbondio: ieri era il latino, oggi è l’inglese.