"Mi sono rotta i c… di questo posto di m…". Queste le parole riportate nel post pubblicato da una lavoratrice 43enne nel maggio 2012, che le sono costate il posto di lavoro. Giudicato diffamatorio l'atteggiamento della dipendente nei confronti dell’azienda, la Cassazione ha affermato, dopo circa sei anni dal primo ricorso, che il licenziamento è avvenuto per "giusta causa".

Secondo la sentenza definitiva, l'ex impiegata della Cortesi Elettronica, invalida civile al 67%, non verrà reintegrata in azienda, a fronte di mancate scuse.

Genesi dell'accaduto

9 maggio 2012: la 43enne impiegata dell'azienda forlivese, tramite il suo cellulare pubblica su Facebook un post dai toni evidentemente troppo vivaci [VIDEO]: "Mi sono rotta i c… di questo posto di m…".

La disattenzione della donna? Non essersi accorta della presenza, tra i suoi 123 "amici digitali", del titolare dell’impresa che, presa visione delle affermazioni della dipendente, si rivolge agli avvocati, licenziando la lavoratrice.

Nelle infelici righe pubblicate, la 43enne impiegata presso l'azienda di Paolo Cortesi, esprime le sue lamentele per le continue modifiche degli incarichi a lei assegnati, definendo come "inadeguati" i capi, dal suo punto di vista sempre pronti ad accusare i dipendenti delle loro sviste: "per l'ennesima volta ti dicono con giri di parole che sei tu che non capisci che non hai voglia di lavorare!", aggiunge nel post incriminato.

Dal Tribunale di Forlì alla Cassazione: un processo durato 6 anni

Dopo pochi giorni dalla pubblicazione dello sfogo, alla donna viene recapitata prima una lettera di contestazione, e poi quella che la informava dell'avvenuto licenziamento [VIDEO]: segue l'immediata eliminazione del post dal social, così come il ricorso al Tribunale del Lavoro di Forlì.

Negativo, però, il risultato: nel 2014, i giudici si schierano a favore dell’azienda, definendo legittimo il provvedimento. Stesso esito per il ricorso alla Corte di Appello di Bologna, che nuovamente afferma come i social siano uno spazio pubblico e che, di conseguenza, i contenuti pubblicati dalla 43enne abbiano assunto toni potenzialmente diffamatori.

La sentenza definitiva arriva solo di recente, in seguito all'appello, presentato dalla donna, alla Corte Suprema di Cassazione. Ed è stata proprio quest'ultima a porre il punto definitivo sulla questione. Secondo il verdetto espresso dagli "ermellini", quello dell’impiegata è stato un licenziamento per "giusta causa", dovuto ad un'evidente rottura del vincolo fiduciario che, teoricamente, si pone alla base del rapporto azienda-dipendente.