Quattrocento euro per una gamba, 300 per un braccio, 800 per un braccio e una gamba, fino a 1000 per tutti gli arti: le tariffe, cash immediato, per il 'lavoro' sporco erano fisse. A Palermo si reclutavano poveri diavoli, disperati, disoccupati, nordafricani indigenti, tossicodipendenti, alcolisti e persino persone con disturbi mentali, i componenti di due organizzazioni criminali dedite a una truffa alle assicurazioni senza precedenti. Le 'comparse' consenzienti si sono fatte fratturare gli arti, gambe o braccia, per fingere di essere state coinvolte in un sinistro inesistente.

A loro volta sono state raggirate perché, oltre la modesta quota che hanno riscosso subito, non hanno mai avuto le ingenti somme del premio assicurativo che erano state loro promesse. Un paio di queste vittime hanno raccontato con crudezza ai media cosa hanno accettato di fare.

Cinismo estremo, il racconto di un tossico

Le vittime arruolate nella truffa erano ricercate in contesti di degrado e povertà dalle due organizzazioni criminali in combutta. Con 'metodi' ispirati a un cinismo estremo, come chiarito dai pm di Palermo Alfredo Gagliardi e Daniele Sansone e dal procuratore aggiunto Salvatore De Luca nel provvedimento di fermo eseguito ieri contro 11 persone, per incassare il premio assicurativo simulavano sinistri provocando fratture e mutilazioni con dischi di ghisa da 25 chili, di quelli usati in palestra, a finti incidentati.

Inquietante è il racconto fatto dalla viva voce delle persone consenzienti reclutate per inscenare gli incidenti. Un tossicodipendente sempre in cerca di denaro, Domenico Minà, detto Mimmo, ha raccontato al Corriere della Sera di aver scoperto dell'opportunità di un guadagno 'facile' facendosi rompere un arto da un'altra tossicodipendente che aveva il braccio ingessato.

Dopo aver dato la sua disponibilità, è stato agganciato da uno dell'organizzazione che gli ha spiegato quel che doveva fare per assicurarsi 300 euro subito e in seguito il 40 per cento del premio assicurativo che però non ha mai avuto. Minà, in astinenza, ha accettato l'offerta pur di comprare una dose di cocaina. Prima di farsi rompere le ossa in un magazzino nelle campagne di Bagheria, gli è stato offerto di fumare crack.

Tra le vittime, anche immigrati con gravi difficoltà economiche. E' stata proprio la morte di uno di loro il 9 gennaio 2017, il tunisino di 34 anni Hadry Yakoub, a dare avvio alle indagini. Tra gli arrestati i capi delle due bande, un perito assicuratore, Michele Caltabellotta, e Francesco Mocciaro, procacciatore di affari, due medici e un'infermiera. Se il risarcimento per ogni pratica poteva arrivare fino a 150 mila euro, i protagonisti della messinscena non hanno intascato nulla oltre ai pochi spiccioli iniziali.

'Fatti rompere prima il piede che è più doloroso'

Al quotidiano Repubblica, la 27enne Francesca Calvaruso ha descritto la sua parte. La giovane mamma, a sua volta indagata dopo aver denunciato la banda anche per minacce e tentativo di estorsione, ha detto di essersi fatta rompere il piede destro e il braccio sinistro per sostentare i suoi figli.

Con sconvolgente tranquillità, ha raccontato alla giornalista che il 4 marzo 2018, Francesco Mocciaro le ha fatto un'iniezione rudimentale d'anestesia per alleviare il dolore. L'ha fatta sdraiare a terra nel capannone degli orrori. Con un peso di 50 chili, prima le è stato rotto il piede e poi il braccio. "Fatti fare prima il piede che è più doloroso, così poi il braccio non lo senti neanche", le è stato detto. Aveva la bocca tappata e gli occhi bendati per non vedere cosa stesse succedendo. Poi è stata lasciata a terra per strada a simulare un incidente tra falsi investitori e falsi testimoni con mezzi già pronti. Delle persone si sono fermate per darle soccorso e hanno chiamato l'ambulanza. Le avevano promesso 34 mila e 800 euro per le fratture: ne ha intascati 500.