Emanuele Mancuso, figlio del boss Pantaleone detto “l’Ingegnere”, è stato ascoltato l'8 aprile nell’aula bunker di Lamezia Terme nel corso del maxiprocesso Rinascita-Scott, nato dall’operazione coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia guidata da Nicola Gratteri. Per la quinta udienza consecutiva il giovane collaboratore di giustizia ha ricostruito, innanzi al Tribunale collegiale di Vibo Valentia presieduto da Brigida Cavasino con a latere i giudici Gilda Romano e Claudia Caputo, le dinamiche interne alla cosca. Nei giorni scorsi ha rivelato la vicinanza al clan di numerosi politici locali e consiglieri della Regione Calabria, la compiacenza di carabinieri e finanziari che fornivano atti ed informazioni sulle indagini in corso, nonché della sua latitanza durante la quale fu ospite del parroco della chiesa di San Giuseppe di Nicotera.

Il collaboratore di giustizia Emanuele Mancuso: 'Devono stare tutti muti'

Il trentatreenne per ore ha oggi risposto alle domande del pm Antonio Di Bernardo. “A Nicotera – ha spiegato Emanuele Mancuso - tabaccai e giornalai devono stare muti, non devono appendere mai locandine che riguardano gli affari della cosca. Un esempio. L’edicolante del paese fu aggredita con ferocia e i giornali strappati quando fu arrestato mio fratello Luigi. Nei giorni successivi tramite apparecchiature dedicate di cui disponevo trovai delle microspie che servivano a controllarci e le rimossi”. Il collaboratore di giustizia si è poi concentrato sulla figura di Vincenzo Spasari ufficiale di riscossione dell’Etr incaricato dai Mancuso di procacciare voti per politici locali e regionali.

Tra i suoi innumerevoli ruoli rientrava anche quello di gestore del centro di accoglienza per migranti Summer Time di Joppolo.

“Nel nostro gruppo Spasari prendeva le decisioni più importanti. Era il volto pulito del clan. Competente perché lavorava all’Inps e si è arricchito sulle pratiche dei fallimenti. Era il punto di riferimento di chiunque avesse problemi fiscali sul lavoro.

Quando parlava con me esaltava la figura di Luigi Mancuso. Tutti compreso me veneravano zio Luigi perché era sempre pacato. Con una parola riusciva a trasformare una lite in amore. La linea di Luigi Mancuso era sempre quella pacifista, non ha mai condiviso l’approccio stragista”.

L’affare del centro di accoglienza per migranti

“A gestire il Summer Time con Vincenzo Spasari c’erano i Di Ciacco. Si tratta di più fratelli, - spiega Emanuele Mancuso - uno di loro è molto importante, sta a Milano, ha diversi bar ed è un intimo amico di mio zio Luigi Mancuso, un altro fratello invece fa l’infermiere all’ospedale di Tropea. Nel centro di accoglienza per migranti lavoravano parenti di Spasari e nostri affiliati o comunque soggetti contigui alla cosca. Tra questi c’era Ninetta, la moglie di Totò Burzì arrestato per la piantagione di marijuana, ritenuta la più grande d’Europa, rinvenuta a Roma in zona Casilino. Ovviamente Spasari non avrebbe mai potuto allestire un centro di accoglienza senza l’assenso della cosca.

Spasari anche se va al bagno deve chiedere il permesso a Luigi Mancuso. È difficile che qualcuno arrivi a Nicotera o nei comuni limitrofi a fare impresa senza avere il nulla osta del clan Mancuso”.

Mancuso: 'Mio padre era in Argentina, nessuno lo aveva mandato via'

Pantaleone Mancuso, padre del collaboratore di giustizia Emanuele Mancuso fu arrestato nel 2014 al confine tra l’Argentina e il Brasile. Era latitante e stava tentando di attraversare la frontiere su un bus turistico con un passaporto falso e 100mila euro in contanti. Sul suo viaggio in Sud America Vincenzo Spasari una fantasiosa versione oggetto di diatriba. “Vincenzo Spasari – dichiara Emanuele Mancuso – diceva che Luigi Mancuso aveva cacciato mio padre mandandolo in Argentina.

Non era vero. Mio padre e Luigi si vedevano spesso, le sue erano bugie dette solo per mettersi in mostra. Mio padre non è andato in Argentina perché era stato mandato via. La questione fu risolta con le scuse di Spasari a mio padre e alla mia famiglia”.

Il potere dei Mancuso: 'Guardia medica a disposizione per evitare i processi'

“Sin da bambino frequentavo più il carcere che la scuola” precisa il 33enne Emanuele Mancuso. “Il potere della mia famiglia sul territorio è totalizzante. La cosca Mancuso ha tutta la guardia medica di Nicotera a disposizione, mi ricordo – afferma il giovane collaboratore di giustizia - che in assenza di qualsiasi tipo di patologia o sintomo, ci davano di riposo assoluto quanti giorni volevamo, in modo da avere il legittimo impedimento per non presentarci ai processi.

A Vibo Valentia invece l’ospedale era comandato dai Lo Bianco-Barba, la cosca più influente in città. In tempi di indagine il compito della mia famiglia di sostituirsi allo Stato era immediato, non bisognava attirare l’attenzione, e dai negozi ai bar era essenziale dirimere qualsiasi controversia (su estorsioni, usura, litigi, debiti) nel minor tempo possibile. Poi c’è il porto di Gioia Tauro: le tre famiglie Piromalli, Pesce e Mancuso lo hanno costruito insieme e sono affiatatissime. Ognuno ha il suo compito specifico nella gestione dell’area portuale. Infine non credo sia un semplice dettagli che nell’enoteca di un ex esponente delle forze dell’ordine, vicino al tribunale di Vibo Valentia, si riunivano gli ambienti massonici per parlare di ‘ndrangheta”.

Mancuso: 'L’avvocato avrebbe fatto di tutto per zio Luigi'

Il racconto del collaboratore di giustizia Emanuele Mancuso prosegue senza soste. “Davide Cortese – ricorda il 33enne - ci cambiava numerosi assegni. Denaro frutto della compravendita di stupefacenti, ma lui non era ignaro della provenienza illecita. Si sa che se uno dei Mancuso ti porta un assegno da 10mila euro da cambiare non sono soldi “puliti”. Il figlio era un altro malato di ‘ndrangheta, voleva entrare in famiglia, cercava di intraprendere una relazione con qualche donna dei Mancuso. In alcune occasioni si vantava dei rapporti di suo padre con Luigi Mancuso. Controllavamo tutte le campagne, sempre, albero per albero. Per l’entusiasmo di poter far dei favori alla cosca il figlio di Cortese cadde da una scala da 15 metri mentre toglieva una telecamera per le intercettazioni ambientali che puntava sulla villa di Cosmo Michele Mancuso.

Ce ne siamo accorti perché non era possibile che in una campagna sperduta risultasse una wi-fi della Tim. Non parlava con Cosmo Michele perché voleva sposare sua sorella, ma non c’era riuscito, però gli fece sapere comunque che nella campagna c’era una telecamera potentissima che capta voci e immagini anche a chilometri di distanza. Le intercettazioni negli ambienti criminali scatenano furiose discussioni e c’è una circolarità degli atti impressionante: chi può, legge e si infervora. Tutti sapevano delle indagini del dottor Gratteri. L’avvocato Sabatino che appare nelle foto dell’ordinanza di custodia cautelare di Rinascita-Scott era preoccupato che potesse venire coinvolto, ma ammetteva che per zio Luigi Mancuso avrebbe fatto qualsiasi cosa”.

Il figlio del boss: 'Papà frequentava gli Accorinti e la famiglia del sindaco'

“Mio padre Pantaleone Mancuso, l’Ingegnere, - sostiene Emanuele Mancuso - era in stretti rapporti con i figli dell’ex sindaco di Nicotera Salvatore Reggio. Ricordo che quando subirono dei danneggiamenti ai loculi di famiglia, mio padre mi incaricò di trovarne il colpevole. Antonio Mancuso invece è legatissimo ai Raso-Albanese e ai Facchineri, due gruppi che fingono di essere cosche avverse, ma collaborano quotidianamente. La famiglia Mancuso e la famiglia Accorinti inoltre, come noto, al di là dei confini territoriali sono state sempre legate. Con Pietro Accorinti il mio rapporto fu inizialmente negativo. Quando ero adolescente si presentò alla fermata del bus armato, mio cugino ci aveva litigato, chiedeva aiuto e andai in suo soccorso.

Allora andai da mio zio Giovanni Mancuso a dirgli che avevo difeso Giuseppe, ma mi maltrattò dicendo tu sei figlio dei Panti. Tu sei figlio dei Panti, di Luni? E mi maltrattò. All’epoca gli undici fratelli e i sette fratelli Mancuso erano separati. Quando Pietro Accorinti venne presso la mia abitazione a raccontare il pestaggio che aveva subito, mio padre mi picchiò davanti a lui. Pietro gli chiese di smettere, di non alzarmi le mani, alla fine ci abbracciammo e diventammo grandi amici. Il capo era Peppone Accorinti da lui passa tutto lo stupefacente della zona di Zungri, il più carismatico però è Pietro con il quale è più facile parlare”.

Le minacce al collaboratore in videoconferenza

Gli amici si scaldano nel penitenziario di Napoli in cui è recluso Domenico Cichello quando il collaboratore di giustizia Emanuele Mancuso parla del business che aveva allestito nel suo autosalone.

Ad un certo punto il detenuto si rivolge alla telecamera facendo gesti di minaccia nei confronti del 33enne. Il presidente Brigida Cavasino, dopo le lamentele del collaboratore che ha fatto notare come fosse per lui impossibile continuare a parlare mentre Cichello gesticolava, ha quindi interrotto l’udienza chiedendo all’agente di polizia penitenziaria di redarguirlo e invitarlo a rispettare le civili norme di convivenza in dibattimento.

Eppure nel descriverlo Emanuele Mancuso lo ha definito “un soggetto educato e riflessivo” sottolineando come fosse alle totali dipendenze di Peppe Accorinti e rappresentasse uno dei soggetti a lui più vicini. “Le sue auto erano così a disposizione – ha affermato Emanuele Mancuso - che sembrava fossero degli Accorinti.

C’era uno stretto legame tra loro tant’è che quando il figlio di Cichello fu massacrato di botte al bar La Perla Nera, Accorinti chiese vendetta”. Dal carcere Cichello ha ribattuto con delle dichiarazioni spontanee affermando: "Il collaboratore dice delle bugie la Procura di Vibo Valentia ha i registri di carico e scarico del mio autosalone, controllate. Non ho mai venduto o fittato mezzi agli Accorinti".

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