La recente scomparsa del biatleta norvegese Sivert Guttorm Bakken, trovato privo di vita nella sua stanza d'albergo a Lavazè, ha acceso dubbi e preoccupazioni all'interno del mondo dello sport di resistenza. Bakken, 27 anni e tredicesimo nella classifica di Coppa del Mondo di biathlon, è stato rinvenuto senza vita con una maschera anti-ipossia sul volto. Questa tragedia ha innescato un rinnovato dibattito sulla sicurezza e l'uso di tali dispositivi, un confronto che si sposta da considerazioni puramente legate alle prestazioni a questioni di salute pubblica.
La preoccupazione per le conseguenze sulla salute
L'uso delle maschere anti-ipossia non presenta restrizioni secondo il regolamento antidoping. Le autorità dell'Agenzia Mondiale Antidoping (WADA) stanno però rivedendo la loro posizione riguardo all'uso di queste maschere facciali, utilizzate per simulare condizioni di alta quota. Fino ad ora, il dibattito era stato prevalentemente tecnico, focalizzato sulle potenzialità delle maschere di migliorare le performance atletiche.
Tuttavia, la morte di Bakken ha costretto gli esperti a vedere il tema da una prospettiva completamente diversa, quella della sicurezza degli atleti. Le indagini sono ancora in corso e non sono state confermate ufficialmente le cause del decesso.
Tuttavia, l'impatto dell'incidente ha accelerato il processo per valutare un divieto delle maschere anti-ipossia. Fonti vicine alle agenzie antidoping hanno fatto sapere che esiste un crescente consenso sulla necessità di stabilire regole chiare per vietarne l'utilizzo, specialmente in contesti di allenamento dove il controllo medico non può essere garantito.
Il funzionamento delle maschere ipossiche
Le maschere anti-ipossia si possono acquistare per pochi euro anche online, rappresentando un pericolo anche per il mondo sportivo amatoriale. Sono progettate per ridurre artificialmente l'apporto di ossigeno che un atleta respira, creando un ambiente simile a quello delle alte quote. Questi dispositivi, che coprono naso e bocca, possono simulare altitudini che variano dai 2.000 metri fino a oltre 6.000 metri.
La loro logica è semplice: limitando l'ossigeno disponibile, il corpo è costretto ad adattarsi, aumentando la produzione di globuli rossi e di eritropoietina (EPO), un ormone chiave per migliorare l'apporto di ossigeno nel sangue.
Se da un lato questa tecnologia promette miglioramenti significativi nelle prestazioni sportive, dall'altro il suo utilizzo senza dei controlli medici adeguati può portare a conseguenze fatali. Il caso di Bakken mette in evidenza tutti i pericoli connessi all'uso di questi dispositivi.
Verso un divieto globale?
Nell'ultima riunione del comitato esecutivo della WADA a Busan, in Corea del Sud, l'argomento delle maschere ipossiche aveva già suscitato dibattito, ma non era al centro dell'attenzione, assorbito da altre questioni.
Tuttavia, dopo la drammatica morte di Bakken, il tono delle discussioni è cambiato notevolmente.
Non sarà un compito semplice, ma sembrano esserci reali intenzioni di accelerare le tempistiche per implementare un divieto esplicito e globale del loro uso, almeno in circostanze non controllate. Questa possibile decisione rappresenterebbe una svolta nella regolamentazione delle tecnologie usate negli sport, ampliando la definizione di doping per includere non solo le sostanze proibite, ma anche metodi e dispositivi che, sebbene non introducano sostanze esterne nel corpo, possono risultare altrettanto pericolosi.