Si è concluso ad Alessandria il 7 luglio 2026 il processo relativo alla tragica morte del carabiniere Giovanni D'Alfonso, avvenuta nel 1975 presso la Cascina Spiotta. La Corte d'Assise ha pronunciato una condanna a sei anni di reclusione per Lauro Azzolini. Questa pena è stata applicata in continuazione con una precedente sentenza emessa a Roma il 24 gennaio 1983, concernente i noti fatti di via Fani. Per gli altri due ex membri delle Brigate Rosse, Renato Curcio e Mario Moretti, i giudici hanno invece dichiarato il non doversi procedere per intervenuta prescrizione, pur riconoscendo il loro concorso in un reato diverso da quello originariamente contestato.
La decisione segna un punto fermo nella lunga vicenda giudiziaria.
Le condanne e le richieste dell'accusa
La Procura generale aveva sollecitato richieste ben più severe: ventuno anni di reclusione per Azzolini e l'ergastolo per Curcio e Moretti. L'accusa sosteneva che il sequestro Gancia fosse stato pianificato dai vertici dell'organizzazione brigatista e non rappresentasse un'iniziativa isolata della colonna torinese. Tuttavia, la sentenza della Corte d'Assise ha delineato un esito differente, in particolare per Curcio e Moretti, con la prescrizione riconosciuta nonostante l'ammissione di un concorso in un reato differente da quello inizialmente imputato.
La difesa di Moretti e il contesto del processo
L'avvocato Francesco Romeo, difensore di Mario Moretti, ha commentato la sentenza affermando che essa "sconfessa l'impianto accusatorio". Romeo ha inoltre chiarito la posizione del suo assistito: "Moretti doveva rispondere di concorso morale, ma lui non ha avuto alcun ruolo nella vicenda e non ha mai voluto la morte di D’Alfonso. Noi pensiamo che c’erano le condizioni per un’assoluzione piena. Ma questo è comunque un passo verso la chiusura di quella stagione." Le sue parole sottolineano la complessità e le diverse interpretazioni emerse durante il dibattimento.
La riapertura del processo era stata sollecitata da un esposto presentato cinque anni fa da Bruno D'Alfonso, figlio del carabiniere tragicamente ucciso.
Durante le fasi processuali, Lauro Azzolini ha riconosciuto la propria presenza alla Cascina Spiotta e ha rivendicato la paternità di un memoriale dettagliato, con il quale aveva ricostruito gli avvenimenti di quel periodo. Queste ammissioni hanno rappresentato elementi significativi nel corso del dibattimento, contribuendo a delineare il quadro degli eventi.