“Le carceri sono diventate luoghi di disperazione, dove si continua a morire nell’indifferenza”. Così Irene Testa, garante regionale delle persone private della libertà personale, commenta l’ennesimo suicidio avvenuto nei giorni scorsi nella casa circondariale di Uta – Cagliari. Un evento che riaccende i riflettori su una “strage nel silenzio generale” e su una situazione esplosiva che si registra nelle carceri sarde e italiane. L’associazione Antigone denuncia costantemente criticità quali sovraffollamento, disagio e malessere psichico, con un aumento di autolesionismo, tentativi di suicidio e suicidi.
Uta: sovraffollamento e carenze strutturali
La casa circondariale “Ettore Scalas” di Uta, pur essendo una struttura recente, presenta gravi problematiche. La sua collocazione periferica e isolata non favorisce l'integrazione. Gli agenti penitenziari in Sardegna lamentano una grave carenza di personale. I dati Antigone rivelano un pesante sovraffollamento a Uta: 561 posti letto ospitano 738 persone, un tasso del 130%. Le criticità includono carenza di personale sanitario e di agenti penitenziari, e mancanza di strutture per la presa in carico di detenuti con disturbi psichici. Le attività per le donne detenute sono limitate.
Maria Grazia Caligaris, presidente dell’associazione Socialismo Diritti e Riforme, evidenzia che la metà dei detenuti “ha problemi di salute mentale o di tossicodipendenza”.
La presenza di una sola psichiatra per il disturbo mentale e un’altra per le dipendenze è un numero gravemente deficitario.
La tragedia di Uta ripropone l'urgenza di interventi costanti e non emergenziali sul sistema penitenziario. Il carcere deve tornare a essere uno spazio di assistenza e dignità, con l'obiettivo costituzionale della rieducazione.