Otto ore di sciopero unitario sono state indette all’Ilva di Taranto a seguito dell’ordine di spegnimento dell’area a caldo, imposto da un decreto della Corte d’Appello di Milano. Questa decisione giudiziaria, scaturita da un’inibitoria presentata da undici cittadini, ha di fatto interrotto l’attività produttiva nella sua forma attuale. Le motivazioni includono la presenza di 2.000 tonnellate di amianto negli scambiatori di calore e le prescrizioni giudicate troppo generiche dell’Autorizzazione Integrata Ambientale (AIA) relative alle polveri sottili.

Lo stop alla produzione di acciaio è previsto a partire dal 28 ottobre, poiché l’impianto è ancora considerato pericoloso per la salute e l’ambiente.

Subito dopo la sentenza, è stato avviato un tavolo tecnico tra i ministeri competenti e le organizzazioni sindacali per gestire la complessa situazione. L’incontro, svoltosi a Roma, ha visto la partecipazione del sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano e dei ministri Giancarlo Giorgetti, Adolfo Urso, Marina Calderone e Gilberto Pichetto Fratin. Durante la riunione è emersa la difficoltà di impugnare la sentenza, e i commissari di Acciaierie d’Italia e Ilva Spa non hanno ancora chiarito la fattibilità di un ulteriore ricorso.

Le richieste dei sindacati e le prospettive future

Il segretario generale della Uilm, Davide Sperti, ha sollecitato il governo a guidare il processo nei prossimi novanta giorni con “trasparenza, risorse e forte presenza pubblica”, al fine di evitare rinvii e soluzioni parziali. La Fim-Cisl ha chiesto un impegno costante per tutto agosto per trovare alternative concrete alla chiusura. La Fiom-Cgil ha invece richiesto un “piano straordinario di sicurezza nazionale” per salvaguardare la situazione industriale, occupazionale e salariale. L’Usb, definendo il tavolo una “resa di Stato”, ha domandato un reddito di transizione al 100% per tutti i lavoratori e il riconoscimento del lavoro usurante.

Il governo e i sindacati hanno concordato un piano d’azione che prevede incontri settimanali per il prossimo mese, il futuro coinvolgimento degli enti locali e l’impegno reciproco a non intraprendere azioni unilaterali.

È stato escluso sia un aumento della cassa integrazione per i 4.500 addetti attualmente coinvolti, sia uno spegnimento anticipato dell’area a caldo. Inoltre, il governo dovrà provvedere a riscrivere il bando di vendita, bloccato da oltre un anno.

Impatto sull'occupazione e il futuro dell'area a freddo

Si sta preparando una nuova gara d’appalto focalizzata esclusivamente sull’area a freddo, per la quale in passato il gruppo indiano Jindal aveva mostrato interesse. Tuttavia, senza l’area a caldo, il numero di occupati subirà una drastica riduzione, anche in caso di rapida assegnazione. Precedentemente, Jindal aveva previsto un massimo di 4.000 dipendenti. La prospettiva di una “mini-Ilva” comporterebbe il licenziamento di oltre il 50% degli attuali addetti, generando ripercussioni drammatiche sull’indotto.

Il sottosegretario Mantovano ha evidenziato l’importanza di valutare il coinvolgimento di investitori, anche italiani, e di analizzare tutte le possibili ipotesi di intervento a Taranto, oltre a individuare le risorse disponibili a sostegno. Permane incertezza anche sul destino delle altre sedi Ilva, come quella di Genova-Cornigliano, per la quale il presidente della Regione Liguria Marco Bucci ha ribadito l’importanza di mantenerla operativa.

Ilva Spa: profilo e ruolo strategico

Ilva Spa è una società italiana operante nel settore siderurgico, con la sua sede principale a Taranto. L’azienda gestisce uno dei più grandi impianti siderurgici d’Europa, dedicandosi alla produzione di acciaio e prodotti derivati.

Negli ultimi anni, Ilva Spa è stata al centro di numerose vicende giudiziarie e ambientali, che hanno richiesto interventi normativi e commissariamenti per assicurare la continuità produttiva e, al contempo, la tutela della salute pubblica e dell’ambiente.