Tom Hanks l'ha definito una sciagura nazionale, il quasi centenario Kirk Douglas l'ha paragonato a Hitler, Robert De Niro ha minacciato di prenderlo a pugni, mentre Madonna, più propensa all'amore libero, si è limitata a prometterne a profusione a coloro che voteranno per la sua rivale. Sembra proprio che a Hollywood e dintorni Donald Trump goda grossomodo della stima di cui godeva Saddam Hussein fino a quando è rimasto in vita: il che è un simpatico paradosso, se si pensa che The Donald il mondo dell'entertainment lo frequenta praticamente da sempre, e che ha persino una stella sulla Hollywood Walk of Fame, "da qualche parte fra Cher e James Dean" come cantavano i Nickelback.

L'endorsement dei divi di Hollywood per hillary clinton ha spesso raggiunto gli stessi toni parossistici e vagamente caricaturali di quella che è stata giudicata quasi all'unanimità la campagna elettorale più obliqua, balzana e tragicomica della Storia americana. Eppure esiste uno zoccolo duro di fieri repubblicani, volti, corpi e idee scolpiti nel granito del Monte Rushmore che, in barba a ogni logica e in ossequio a una fedeltà inconcussa al partito, hanno deciso di schierarsi al fianco del "loro" candidato. Magari turandosi il naso e sperando che una squadra di governo illuminata sia in grado di minimizzarne il carattere esuberante e soprattutto quell'eloquio da liceale impertinente, che mescola concetti da Bible Belt del XIX secolo e gergo da caserma, populismo, demagogia e un certo prepuberale gusto per la provocazione.

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I falchi di Hollywood

Ma da chi è composto questo coraggioso manipolo di expendables, pronti a mettere sul piatto carriera e reputazione pur di sostenere il loro Donald? Il capocordata è Clint Eastwood: la sua statura di autore cinematografico è al di sopra di ogni sospetto, così come la sua fede repubblicana (è regolarmente tesserato da 65 anni). Ma a 86 anni, in piena attività e venerato per la grandezza dei suoi film, può permettersi di tutto, persino di polemizzare con una sedia vuota facendo finta che fosse Barack Obama (è accaduto a una convention repubblicana nel 2012), e di sostenere Trump perché, testuale, "stufo del politicamente corretto". Altro veterano è Jon Voight, che negli anni sessanta e settanta incarnò con efficacia le inquietudini della New Hollywood più liberal e rivoluzionaria: non a caso è stato il gigolò di Un uomo da marciapiede di John Schlesinger e il reduce dal Vietnam di Tornando a casa di Hal Ashby. Per tutti gli anni duemila, e fino all'altro ieri, era invece noto ai più giovani come il papà di Angelina Jolie.

Oggi si è riaffacciato sulle prime dieci pagine di Google in qualità di endorser, sbucato da chissà dove: a differenza di Eastwood, infatti, Voight viene da una lunga militanza democratica, malgrado il sostegno a Rudolph Giuliani come candidato alla Casa Bianca (si era nel 2008). Compagno di strada di Voight, Gary Busey è stato uno dei surfisti sognatori di Un mercoledì da leoni di John Milius: anche lui è per Trump, forte di un'amicizia di lunga data.

Nuove leve e insospettabili

Proveniente da una famiglia di attori e di democratici - il fratello Alec è talmente stimato in ambito dem che qualcuno vorrebbe farne il Ronald Reagan del partito, trasferendolo da Hollywood alla Casa Bianca a suon di voti -, Stephen Baldwin ha già espresso il suo favore nei confronti di The Donald: cosa penseranno in casa? Provengono da altri ambiti, ma Hollywood l'hanno frequentata eccome: Mike Tyson, Dennis Rodman e Hulk Hogan sono tutti per Trump. Anche Lou Ferrigno è uno sportivo, ma è stata la TV a donargli la popolarità come incredibile Hulk: ritiene che Trump sia l'opzione giusta per "rendere sicuro il nostro Paese". Dalla TV arriva anche Scott Baio, il Chachi di Happy Days: è convinto che Trump sia l'unico in grado di grado di contrastare lo strapotere di Hillary. E le quote rosa? Incredibile a dirsi, ci sono anche quelle, assicurate dall'attrice Kirstie Alley e da alcune star della musica come Azealia Banks.