Alla Casa dei Carraresi di Treviso è aperta, fino al 1° maggio 2017, la mostra “FRANCIS BACON. Un viaggio nei mille volti dell’uomo moderno”. La retrospettiva è curata dal poeta, critico e storico dell'Arte Edward Lucie-Smith, e da Giulia Zandonadi, scrittrice e storica dell’arte che abbiamo intervistato per scoprire i segreti dell'artista di Dublino.

Francis Bacon è nato nel 1909 ed è morto nel 1992 assaporando intensamente il Novecento: è il secolo del “conosci te stesso”, della messa in discussione dei valori della tradizione, del coraggio di rompere le regole. Come si muove in questo contesto?

Bacon sin da piccolo fu messo alla prova.

Non andava d’accordo con il padre, e la via dell’emancipazione passò anche attraverso l’allontanamento da casa, in seguito alla scoperta della propria omosessualità. Fu un artista autodidatta. Assorbì gli influssi esterni, si interessò a Picasso: nel 1927 vide alcuni suoi disegni e decise di voler fare il pittore. Riuscì a capire i segnali che la vita gli offriva e ad interpretarli.

La mostra alla Casa dei Carraresi si concentra sul profilo psicologico dell’artista: come è nata l'idea? 

L’idea della mostra è venuta configurandosi dopo aver incontrato Cristiano Lovatelli Ravarino, amico carissimo di Bacon a cui l'artista donò una serie di opere realizzate tra il 1977 e il 1992, e Umberto Guerini, il chairman della Collezione con sede a Bologna. Abbiamo conosciuto la storia delle opere, arrivando a scoprire un lato più privato.

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Abbiamo avuto il privilegio di venire a conoscenza di aneddoti sull’artista, di entrare più in contatto con l’uomo, non solo con il pittore. Il lato umano ci avvicina all’arte: è quello che in fondo ci aiuta a comprendere.

Quali opere lasciano trapelare maggiormente l’interiorità di Bacon?

Mi soffermerei sulle "Crocifissioni". Bacon era ateo, eppure rimase affascinato da questa tematica. La declinò in maniera nuova, mettendo in croce non Gesù Cristo, ma l’uomo o la donna moderni: troviamo crocifissioni femminili, maschili o addirittura bisessuali. Siamo tutti esposti alla sofferenza. Bacon ci mette a nudo, come fossimo carne da macello. Guardava al “Bue squartato” di Rembrandt, al “Crocifisso” di Cimabue, ma con l’occhio di chi ha già una propria visione del mondo e della vita stessa.

Cosa succede al Bacon più maturo negli anni del pop e del boom del design più all’avanguardia?

La visione che abbiamo di Bacon in mostra è quella di un uomo maturo che riflette e tira le somme su quanto gli accade intorno.

È famoso, ha raggiunto notorietà. Viene da una prima esperienza nel mondo del design, e tutto questo ricompare nelle sue produzioni. Il colore vivace e carico che si riscontra in molte delle opere potrebbe essere associato alla Pop Art, ma ci sono delle differenze sostanziali: Bacon non lavorava con produzioni industriali, non voleva riprodurre la stessa immagine in modo uguale, ma cercava la forma perfetta nella serialità. Inoltre non estetizzava oggetti di vita comune, prediligeva i ritratti, gli uomini in carne ed ossa, fonte di emozioni e tormenti.

Quali sono le opere in mostra degli altri artisti con i quali Bacon si confronta meglio?

Un capolavoro visibile in mostra con il quale Bacon si può mettere a confronto è l’opera di Pietro Neri Martire, che realizzò una copia del “Ritratto di Innocenzo X” di Velázquez. Si vede subito la ripresa, da parte di Bacon, delle forme, dei colori, dell’impostazione. Si nota d’altro canto un volto sfigurato e quasi vampiresco. Le motivazioni sono da individuare nell’esperienza personale: il Papa sta ad indicare l’autorità del padre, che non aveva avuto un rapporto positivo con il giovane Bacon.

Per concludere, l'artista amava trasformare, cercando di scoprire la verità di ciascuno di noi. Comprendeva il suo essere transitorio ed imperfetto. In mostra viene associato alla celebre frase dello Zarathustra nietzschiano: “La grandezza dell’uomo è di essere un ponte non uno scopo: nell’uomo si può amare che egli sia una transizione e un tramonto”.