Nella settima ‘calda’ che precede la sua chiusura la quindicesima edizione della Biennale di architettura ha registrato un buon numero di visitatori. Almeno a giudicare dalle scolaresche e dai tanti giovani che si aggirano in un 21 novembre nebbioso e umido per i padiglioni collocati nei due spazi che la città di #venezia ha riservato all’evento: l’Arsenale e i giardini. A fare da traino probabilmente anche la festività della Madonna della Salute, che cade lo stesso giorno, particolarmente sentita nella città lagunare e fonte di attrazione per migliaia di turisti che vengono da fuori. In ogni caso il 26 novembre Paolo Baratta e Alejandro Aravena, rispettivamente presidente e curatore della biennale 2016, tireranno le conclusioni a sei mesi dalla sua inaugurazione, avvenuta il 28 maggio scorso.

Comunicando, in quell’occasione, le cifre definitive degli afflussi.

Biennale 2016 come Expo 2015?

Un anno dopo #Expo, la Biennale ha voluto dare un taglio “generalista” al suo impianto complessivo, nel tentativo di intercettare una platea che, come quella dell’esposizione di Milano, fosse formata da un vasto pubblico di curiosi e non soltanto da architetti e addetti ai lavori. Il titolo scelto, “Reporting from the front”, è stato declinato in temi e progetti che riguardano la vita quotidiana: dalla sostenibilità agli sprechi, dalla migrazione alla disuguaglianza, dal traffico all’inquinamento. Questioni rispetto alle quali la mostra ha fatto vedere approcci diversi con riferimento a varie latitudini. Sono stati in tutto 88 i partecipanti provenienti da 37 paesi, in una girandola di proposte - architettoniche, urbanistiche, di materiali ecc.

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- già realizzate o da realizzare negli angoli del globo più disparati.

Il rischio dell’‘effetto luna park’

Questa formula, così come quella di Expo 2015 con cui condivide la dimensione ipertrofica, presta il fianco al rischio dell’“effetto luna park”. Un rischio che deriva dalla volontà ricercata, da parte di alcuni espositori, di colpire l’immaginazione con eccessi e bizzarrie che nulla hanno a che vedere con usi e abitudini di gran parte delle persone. Proprio a Venezia esiste uno dei simboli di questo disallineamento tra bisogni reali legati ai luoghi in cui si vive e risposta da parte dell’architettura. È il ponte della Costituzione sul Canal Grande, progettato dallo spagnolo Santiago Calatrava, aperto nel 2008 e reso celebre dalla sua difficoltà d’uso. Per fortuna, questa Biennale ha inteso parlare davvero alla gente comune attraverso un linguaggio in cui l’azione del costruire si ponesse come risposta concreta alle sfide moderne. Due esempi, fra i tanti, a cui si sta lavorando negli studi di progettazione al di là e al di qua dell’Oceano: la riconversione di grandi aree industriali dismesse, come la Detroit post fordista e il Porto di Marghera a ridosso della Serenissima; la creazione di “città mobili” per fronteggiare le continue ondate migratorie.

Soluzioni possibili, che fanno riflettere e non indulgono nell’ostentazione dell“effetto luna park”.