Il Il pogressive italiano è vivo e sta bene. Questo a giudicare dall’ascolto di “Detachment”, l’ultimo album dei Barock Project. Un disco da cui emerge una band matura e creativa, che dopo aver assimilato il rock progressivo degli anni ’70 lo ha rielaborato in chiave personale e moderna.

“Detachment” è un disco da cui emergono vecchie passioni, già implicite nel nome della band, ma con i piedi ben saldi nella contemporaneità, lontano da una mera operazione nostalgia. E in fondo anche il titolo dell’album – che tradotto in italiano significa “distacco” – può in qualche modo rappresentare questo: la capacità di distaccarsi da qualcosa a cui si è legati – una persona, un periodo della vita e, perché no, anche degli amori musicali – senza peraltro mai perdere il ricordo del vissuto, di ciò che è stato, che continua comunque a fare parte di noi.

In questa accezione, il distacco diventa solo distanza fisica o temporale, mai cancellazione e rimozione.

Il gusto del prog

“Detachment” è tutto questo: se avete amato il prog degli anni ’70 – ma ci sono anche echi del new prog del decennio successivo, meno prolifico, ma con diversi momenti di eccellenza – potrà piacervi. Allo stesso tempo, se sapete poco di quel periodo, ma siete alla ricerca di musica di qualità, capace di unire il rock ai suoni acustici e al pianoforte con qualche strizzata d’occhio classicheggiante, il disco può fare per voi.

Per farvi un’idea ascoltate “Happy to see you”, un brano che in sette minuti riesce a mescolare tutte queste sonorità senza mai appesantirsi, e a tratti fa rivivere atmosfere di marca Jethro Tull, come anche in pezzi come “One Day” e “Secret Therapy”.

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Un piccolo grande capolavoro che, come in altri brani, vede continui cambi di ritmo, improvvise incursioni alle tastiere di Luca Zabbini – grande fan di Keith Emerson – e un grande assolo del chitarrista Marco Mazzuoccolo.

Ma tutto l’album è una collezione di piccoli gioielli da scoprire e apprezzare dopo diversi ascolti: tempi dispari, chitarre a tratti sognanti arpeggiate, altre volte spigolose (e il risultato risulta molto più convincente nel primo caso), strutture musicali complesse insieme a momenti più immediati (“Rescue me”) e ad altri ancora più acustici e malinconici, Perché il distacco è anche - e forse soprattutto - malinconia.

E se il brano trainante ha per titolo “Happy to see you”, viene da dire che si può essere felici non solo di vedere qualcuno, ma anche di ascoltare, nel 2017, un album come questo. Un disco lontano dalle mode passeggere e dalla banalità dilagante, un puzzle di musica senza tempo.