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L’Accademia Carrara di Bergamo dedica, in occasione del quattrocentesimo anniversario della nascita, una mostra ad Evaristo Baschenis, pittore bergamasco poco conosciuto ma non per questo meno importante nella storia dell’arte italiana.

La mostra, aperta fino al 4 settembre 2017 è intitolata “Evaristo Baschenis. Immaginare la musica” ed espone, tra gli altri, due tra i quadri più famosi dell’artista provenienti da collezioni private: la Natura morta con anatra, cacciagione, polli, cestino di dolciumi e tagliere di pesci, la cui data si fa risalire al 1660 circa ed il più famoso Ragazzo con canestra di pane e dolciumi, dipinto tra il 1650 e il 1660.

Accanto ad essi altri quattro dipinti del maestro appartenenti alla stessa Accademia Carrara e due quadri di Bartolomeo Bettera, contemporaneo del Baschenis, con cui lavorò in bottega.

Le nature morte con strumenti musicali

È stato Baschenis a inaugurare la fortunatissima scuola della natura morta con strumenti musicali, ripresa poi da altri pittori. La carriera d’artista il Baschenis la coltivò a relativamente tarda età, dopo che, tra il 1639 e il 1643, prese i voti di sacerdote. Lui, di famiglia benestante proveniente da Averara, un minuscolo paesino della val Brembana, ma nato a bergamo il 7 dicembre 1617, proprio grazie alla carriera ecclesiastica poté viaggiare e godere di privilegi preclusi alla maggioranza dei suoi contemporanei, coltivando così la passione e il talento per la pittura.

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Soggiornò a Venezia, Torino, Firenze e, per diversi periodi, a Roma incontrando pittori che influenzeranno la sua visione artistica, tra cui Jaques Courtois detto il Borgognone e Salomon Adler. Baschenis rimarrà sempre legato alla terra bergamasca, dove morì il 16 marzo 1677.

Le opere esposte nella mostra dell’Accademia Carrara riprendono il tema preferito dell’artista bergamasco: accanto alla natura morta vengono rappresentati strumenti musicali utilizzati dallo stesso maestro, che la musica la conosceva bene, essendo musicista, oltre che sacerdote e pittore. L’abilità con cui padroneggiava la tecnica viene evidenziata dalla riproduzione altamente realistica del leggero strato di polvere che ricopre gli strumenti musicali. Ogni quadro della serie ha una composizione simile, ma ad esso il Baschenis aggiunge nuovi elementi che permettono di distinguere una tela dall’altra: una statuetta, un tendaggio prima nero e poi rosso, il Manuale dei giardinieri del francescano Agostino Mandirola.

I singoli oggetti sembrano posti alla rinfusa sul tavolo, ma nella realtà seguono un ordine ben preciso dovuto anche al fatto che alcune delle opere oggi separate, come la Natura morta con anatra, cacciagione, polli, cestino di dolciumi e tagliere di pesci e la Natura morta con strumenti musicali e statuetta, all’origine erano destinate a restare una accanto all’altra per formare un continuum pittorico.

Il ragazzo misterioso

Ma il quadro che più attira l’attenzione del visitatore è sicuramente il Ragazzo con canestra di pane e dolciumi, dipinto tra il 1650 e il 1660 ed oggi custodito in una collezione privata. La tela si discosta in modo significativo dalle altre esposte nella mostra. Il volto del ragazzo, oggetto di studi da parte di numerosi esperti, è uno dei pochissimi ritratti del Baschenis. Il ragazzo, così ben raffigurato, ha uno sguardo indagatore quasi a chiedere con leggero fastidio perché lo si stia osservando con così tanta attenzione. La sua origine è ignota: nulla si sa di lui, né il suo nome né la sua origine. Potrebbe essere sia un rampollo della nobiltà sia un garzone di bottega che sta consegnando una certa colma di prodotti del panificio. L’attenzione riposta verso il ritrattista (o verso chi lo sta osservando) rischia di far cadere uno sfilatino dal cesto, una sorta di simbologia della caducità e transitorietà della vita, riproposta negli altri quadri con la polvere sugli strumenti musicali.

L’esposizione rappresenta anche uno spunto culinario per chiunque fosse interessato a capire quasi fossero i cibi più in vaga nelle campagne del Seicento. In particolare, il cestino del Ragazzo è anche una fonte di studio e di interesse per individuare quali tipi di farina e di grano si usassero nel passato nelle panetterie bergamasche.