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Oliver Elser, in collaborazione con la fondazione berlinese Wüstenrot, ha pensato di puntare i riflettori sul Brutalismo, la corrente architettonica proposta dall'architetto svizzero Le Corbusier, nata in Europa negli anni 50 del secolo scorso. La mostra è stata allestita al Deutsches Architektur Museum di Francoforte allo scopo di rivalorizzare e rilanciare gli edifici in calcestruzzo che hanno contraddistinto l'architettura del secondo dopoguerra. Il titolo dell'esposizione è "Sos Brutalismo-Salvate i mostri di cemento!", che intende promuovere il tema del Brutalismo attraverso un archivio fotografico testimoniante la presenza di numerosi edifici in calcestruzzo in tutto il mondo, ricavato dalla piattaforma online di Oliver Elser e dai più utilizzati social network come Facebook, Twitter ed Instagram.

Il fine ultimo della mostra è quello di far conoscere la corrente architettonica a quanti ne ignorano l'esistenza e di far apprezzare edifici considerati dai più poveri di valore e bellezza.

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Un appello alla salvezza di un'architettura divorata dal tempo che passa, corrosa e abbandonata al degrado, che rischia di essere abbattuta e dimenticata.

Il Brutalismo

Il termine Brutalismo si rifà al "béton brut" di Le Corbusier che caratterizza la sua opera architettonica L'Unité d'Habitation costruita a Marsiglia nel 1950. L'impiego del solo cemento nella costruzione e nella modellazione degli edifici ne mette in risalto la struttura, evidenziando in maniera "brutta" le forme plastiche, come ad esempio i Pilotis, uno dei cinque punti fondamentali dell'architettura proposti dall'architetto svizzero.

Il Brutalismo intendeva creare una nuova sensibilità architettonica, basata su una superficie grezza di cemento che rimanda alla scultura. Un nuovo modo di pensare agli edifici, forse crudi ma più intimi e veri. In poche parole: schietti. Con il cemento a vista senza abbellimenti o rivestimenti.

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SOS Brutalism

La mostra al DAM curata da Elser è stata allestita al piano terra dell'edificio e si caratterizza per la presenza di progetti individali suddivisi in 12 aree geografiche, tutti contraddistinti da modelli, fotografie, documenti e testi dedicati agli edifici scelti dell'architettura brutalista. L'esposizione evidenzia l'internazionalizzazione del movimento, attraverso le opere non solo di Le Corbusier, ma anche di architetti da ogni parte del mondo come i britannici Peter e Alison Smithson o lo statunitense Paul Rudolph.