Il linguaggio dei testi in gara al Festival di Sanremo 2026 è stato definito da Lorenzo Coveri, linguista e accademico corrispondente dell’Accademia della Crusca, come “prudente, medio, normalizzato, che non vuole spaventare nessuno, senza picchi in alto né in basso”. Dopo un’attenta analisi, Coveri ha assegnato un voto medio tra il sei e il sette, sottolineando la mancanza di testi che abbiano suscitato particolare stupore per la loro originalità.
Il tempo passa ma la 'vecchia canzone' resta
Secondo l’esperto, persistono tracce della “vecchia canzone”, con molti autori che ricorrono a rime, inversioni e assonanze in monosillabi, spesso con un intento ironico.
Predominano testi cantautorali che adottano un registro para-poetico, rivolgendosi prevalentemente a un “tu” indefinito e richiamando la tradizione poetica novecentesca. Si stima che almeno venti delle trenta canzoni in concorso condividano questa impostazione.
Non mancano metafore e figure retoriche, alcune delle quali originali, altre più convenzionali. Anche il rap presente in gara mantiene forti legami con la tradizione della canzone d’autore, senza proporre particolari innovazioni.
Un altro elemento distintivo è l’inserimento del linguaggio quotidiano parlato, con l’uso di espressioni colloquiali. L’impiego del dialetto rimane marginale, e termini come “fottere” o “fottuto” compaiono solo due volte, a differenza delle quattro o cinque occorrenze dell’anno precedente.
“Non c’è grande trasgressione”, ha osservato Coveri, citando anche il testo sobrio delle Bambole di Pezza, la cui performance punk rock, pur attesa con audacia, si è rivelata in linea con lo spirito del Festival.
Per quanto concerne le parole straniere, Coveri ha notato un uso di routine di anglismi come “baby” e “feeling”, termini francesi impiegati da Elettra Lamborghini (bagarre, voilà) e alcune battute in spagnolo di Samurai Jay (“una noche de sexo”).
Un aspetto interessante è l’intertestualità: numerosi testi citano canzoni celebri, da “Andamento lento” a “Resta con me” (in riferimento a “Resta cu ’mme”), evocando artisti come Mogol, Battisti, Battiato, De Gregori e Dalla. Coveri ha inoltre evidenziato la frequente firma dei testi da parte di team di autori, un fenomeno che alimenta l’ironia, suggerendo che, pur potendosi “aspettare la Divina Commedia”, questa non si materializza.
Rispetto all’anno precedente, si registra una diminuzione della tendenza consolidata alla presenza delle stesse firme dietro più brani.
Stilisticamente attuali sono anche le citazioni di brand (Valentino) e personaggi (Cannavaro, Berlusconi in Sayf con “l’Italia è il paese che amo”), oltre alla prima volta di un riferimento a Tenco (“morto qui vicino”), che segna il superamento di un tabù.
Pur dichiarandosi pronto a valutare i testi singolarmente, Coveri ha precisato che “non è un dare pagelle, ma un po’ un gioco, e quindi non deve diventare un dramma. A Sanremo bisogna essere leggeri: e poi la storia insegna che le canzoni che dovranno avere successo, lo avranno”.
Analisi linguistiche a confronto
Il confronto con le analisi linguistiche dei testi sanremesi del 2025 rivela elementi di continuità. Già allora Coveri aveva individuato una lingua contemporanea, informale e fortemente influenzata dal parlato, con una limitata presenza di parolacce, omogeneità stilistica e assenza di scandali. Aveva sottolineato una “lingua contemporanea, informale, che risente molto del parlato e lascia alle spalle la tradizione letteraria”, caratterizzata da pochi difetti, pochi translitterismi e una certa “omogeneità, legata al fatto che un gruppo ristretto di autori firma una buona parte delle canzoni”.
In entrambi i casi, la moderazione prevale: nel 2025 Coveri aveva annotato l’assenza di rock, una quota limitata di cantautori, rapper non trasgressivi e l’80% dei testi con linguaggio familiare, popolare e colloquiale.
Anche per il 2026, il quadro dipinto è quello di un linguaggio riconoscibile, privo di estremi o soluzioni di rottura.
Il linguaggio di Sanremo: tra passato e presente
Questa analisi conferma che il linguaggio musicale del Festival si muove ancora in un equilibrio tra l’eredità della canzone d’autore italiana – con rime tradizionali e l’invocazione del “tu” poetico – e forme di modernità più controllate, come gli slang colloquiali, l’uso moderato dei dialetti e qualche parola presa in prestito dall’inglese, dal francese o dallo spagnolo.
L’intertestualità si conferma una strategia narrativa frequente e ben presente: citazioni dirette e rimandi interni al repertorio canonico della musica italiana suggeriscono un dialogo con il passato, senza ricercare la trasgressione.
La collaborazione estesa tra più autori per ogni testo sembra, in questo contesto, uno strumento per attenuare il rischio di linguaggi troppo personali o provocatori.
In questo quadro, Coveri invita a non drammatizzare le valutazioni: l’obiettivo è leggere i testi con leggerezza, consapevoli che – come la storia insegna – il successo di una canzone non dipende esclusivamente dalla sua originalità linguistica, ma dall’impatto emotivo e dalla circolazione culturale che essa riesce a generare.