I prodotti non hanno solo un prezzo per chi li acquista: possiedono anche un costo ambientale. Vale a dire che sono più o meno “dannosi” per l’ambiente a seconda della quantità di acqua e risorse impiegate per produrli, della Co2 liberata nell’atmosfera dal processo e così via.
I consumatori, con le loro scelte quotidiane, hanno il potere reale di influenzare il mercato e le scelte produttive, e ne sono sempre più consapevoli. Ecco perché Legambiente propone l’etichetta “Per il clima”, una certificazione fondata sull'analisi delle emissioni dei gas climalteranti di prodotti e servizi, sulle EPD (Environmental Product Declaration), su un progetto promosso dal Ministero dell'Ambiente per la valutazione dell'impronta ambientale dei sistemi e dei modelli di produzione e, infine, sul QUAM, che definisce la qualità ambientale dei prodotti made in Italy su cluster del territorio italiano.
"Sono sempre più numerosi i cittadini che presterebbero attenzione ad un indicatore sintetico, un voto, un giudizio sulle conseguenze ambientali delle proprie scelte di consumo e della fruizione di servizi – afferma Vittorio Cogliati Dezza, presidente di Legambiente -. Le aziende si assumano quindi la responsabilità di misurare l'impatto dei propri prodotti e di dichiararlo in un modo verificabile, così i cittadini che scelgono sulla base di tali dichiarazioni saranno consapevoli delle conseguenze ambientali che li coinvolgono. In questo modo, le aziende sono stimolate ad innovare le produzioni per renderle più sostenibili e i cittadini a cambiare consumi e stili di vita. E' questa la green economy in cui crediamo".
L’argomento è stato discusso a Milano nel convegno “L'impronta ambientale dei prodotti”, organizzato da Legambiente in collaborazione con IEFE-Bocconi e Ambiente Italia e con il patrocinio del Ministero dell'Ambiente e della Rete Cartesio, che ha visto oltre 600 partecipanti e interessanti contenuti di livello internazionale. Aziende e distretti industriali che hanno valutato o stanno valutando il proprio impatto ambientale sulla base del ciclo di vita dei prodotti oramai costituiscono una massa critica: una dozzina di distretti industriali italiani (calzaturiero, mobile, conciario, vitivinicolo...), un centinaio le aziende che hanno individuato nelle etichette di prodotto uno strumento di garanzia nel dialogo con il consumatore o con i clienti, siano pubblici o privati.
Le “impronte ambientali” dei prodotti (e le etichette che ne certificano l’attendibilità), afferma Legambiente, rappresentano oggi un’efficace opportunità per poter comunicare al mercato il proprio impegno e l’eccellenza delle proprie prestazioni, evitando i rischi del cosiddetto greenwashing (l'ingiustificata appropriazione di virtù ambientaliste da parte di aziende, industrie e realtà produttive).