Non è bastata la mossa della Banca di Russia, che ha alzato, nella notte tra lunedì e martedì, i tassi d'interesse dal 10,5 al 17% per fermare il crollo del rublo sui mercati valutari. Dopo aver perso il 10% sul cambio con il dollaro nella giornata di ieri, oggi il rublo ha lasciato sul terreno un ulteriore 20%, con il dollaro arrivato alla quotazione record di 80 rubli per 1 dollaro, equivalenti a 100 rubli per 1 euro.

Le cause della crisi del Rublo

Quella che si sta scatenando sulla Russia assume sempre più i connotati della "tempesta perfetta", le cui molteplici cause vale la pena di esaminare, per meglio comprenderne la portata.

  • Il tasso di cambio

Innanzitutto, per un'economia basata sulle materie prime, come quella russa, il tasso di cambio con il dollaro e l'euro, le principali monete di scambio internazionali, assume un ruolo fondamentale. Con i profitti derivanti dalla vendita di gas e petrolio, la Russia compra tutto quello di cui ha bisogno, dagli alimentari alle materie prime per le industrie, pagate in valuta estera.

  • Il prezzo del petrolio

Al crollo del rublo si è accompagnata la vertiginosa discesa del prezzo del petrolio, principale fonte di valuta estera per la Russia. Le mancate entrate conseguenti alla discesa del prezzo del greggio, influiscono negativamente sulle prospettive di sviluppo del paese e quindi sulla capacità di attrarre capitali stranieri.

  • Le sanzioni di Usa e Ue

Un ruolo importante lo hanno svolto le sanzioni economiche imposte dagli Usa e dall'Unione Europea in seguito all'annessione della Crimea e della politica aggressiva messa in atto da Putin nei confronti di tutta l'area.

La conseguenza delle sanzione è stata l'impossibilità, da parte delle banche e delle aziende di Stato, di accedere ai prestiti occidentali.

Le conseguenze della crisi del Rublo

Forse non siamo ancora al livello della crisi dell'agosto 1998 che portò alla svalutazione del rublo e al default del debito russo, ma dall'inizio dell'anno ad oggi, il rublo ha perso metà del suo valore, nonostante la Banca Centrale Russa abbia già speso 80 miliardi di riserve nel tentativo di difenderlo, con sei rialzi di tassi negli ultimi nove mesi.

La svalutazione potrebbe in parte compensare la perdita di introiti causati dal crollo del prezzo del greggio, ma il rischio che l'inflazione diventi galoppante è reale. Ci sarebbe bisogno di certezze da parte degli investitori esteri, la cui fiducia nella capacità di ripresa dell'economia russa non è certo aiutata dall'atteggiamento del governo Putin, che continua a minimizzare la crisi al punto da presentare una finanziaria per il 2015 basata sul prezzo del petrolio a 95 dollari al barile, mentre gli analisti stimano un prezzo al di sotto dei 60 dollari.

Una situazione tale prospetta, nel breve termine, conseguenze che rischiano di trascinare la Russia in un vortice dal quale difficilmente riuscirebbe ad uscire da sola. Probabilmente, la soluzione alla crisi russa dovrà essere ricercata non solo nelle contromisure economiche, ma anche in un cambio di strategia geopolitica del presidente Putin.

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