Si è fatta le ossa fra Shanghai, dove è nata, Milano e l’Australia. Tanya Wen (33 anni), esperta di private equity, ha fondato a Milano la boutique d’investimenti finanziari Seta Capital insieme a Tommaso Lazzari (38 anni) e a un team di specialisti di M&A, cioè di fusioni e acquisizioni industriali. La Wen, che in passato ha curato i negoziati per l’acquisizione di Sixty International (detentrice di marchi di moda italiana come Miss Sixty) da parte del fondo asiatico Crescent HydePark, spiega che dal momento che la politica di Pechino del Go Global è entrata in una fase che sta interessando sempre di più anche l’Italia, quasi tutti i settori produttivi del made in Italy possono essere aiutati a crescere.

Intervista esclusiva per Blasting News.

Tanya Wen, perché i marchi europei e italiani interessano così tanto la Cina?

Ci sono più ragioni, ma intanto perché sicuramente sono esotici. Il gusto cinese è molto diverso da quello europeo e di conseguenza i prodotti europei per un cinese hanno un gusto rivoluzionario. Inoltre, c'è la qualità. Quella cinese, sebbene stia progredendo velocemente, non è ancora al livello di quella europea e italiana e così un’acquisizione è una maniera d’imparare la cultura della qualità. I marchi italiani, poi, hanno già una rete di vendita in Europa, attraverso la quale l'investitore cinese sarà in grado di vendere anche i propri prodotti.

Come avviene un’operazione finanziaria di private equity?

Si può essere fantasiosi a piacere nello strutturare simili operazioni. Può esserci un'acquisizione totale della società da parte di un fondo di private equity, nel caso in cui l’imprenditore venda semplicemente la propria società. Oppure ci può essere una partecipazione di maggioranza, che normalmente è l'opzione preferita dai cinesi.

In questo caso l'imprenditore italiano rimane a capo della propria azienda, ma la società cinese acquisisce i diritti di gestione straordinaria.

In cosa consiste la cessione dei diritti di gestione a una società cinese?

Può voler dire che la società cinese potrebbe decidere di vendere la società a una terza parte, o che potrà ristrutturare la produzione e dare una diversa impronta all’azienda in termini di marketing.

Esistono altre opzioni di cui tenere conto?

Sì. Un altro tipo di operazione che si può strutturare fra un un’impresa italiana e una cinese è quella di creare una joint venture, un sistema piuttosto diffuso in cui la società cinese investe nella società italiana una quota di minoranza e si crea così una nuova società in Cina. In questo caso, la società cinese avrà la maggioranza nella nuova impresa che produce e vende i prodotti dedicati al mercato interno cinese.

In tutti questi esempi alla base c’è sempre la creazione di un fondo di private equity?

Sì, perché in ogni transazione il fondo di private equity entra attivamente nella gestione della società, cooperando con l'imprenditore attraverso la propria rete di società o di conoscenze, in termini sia di persone sia di territorio.

L'obiettivo finale è quello di vendere la società a un valore maggiore di quello di acquisto, quindi la missione di un fondo di private equity è quello di far crescere il valore delle società.

Quali sono i maggiori ostacoli per un imprenditore italiano che voglia aprirsi un varco sulmercato cinese?

Ci sono sicuramente barriere linguistiche e culturali tra l’Italia e la Cina, ma se si riesce a superarle, le potenzialità della cooperazione sono enormi. E' molto difficile entrare nel mercato cinese, innanzitutto perché le società straniere non possono godere degli stessi benefici in termini di sovvenzioni governative rispetto le società locali. Inoltre, una realtà estera dovrebbe crearsi una rete di clienti che invece le società cinesi hanno già.

Anche i sistemi informatici sono diversi in Cina. Basti pensare che Googlemap, Gmail, Facebook, Dropbox e Twitter non funzionano, con l’esito che anche tutti i canali di marketing sono differenti. Ma noi di Seta Capital abbiamo soluzioni molto pragmatiche.