Ma allora è vero: le cose basta volerle poi con un po' di buona volontà, forse, accadono. L'incontro che ha visto fra i protagonisti non solo in nuovo presidente degli Stati Uniti Donald Trump, ma anche i frontman dei maggiori brand automobilistici Fiat Chrysler Automobiles, General Motors e Ford, non ha lasciato dubbi su quelli che saranno i prossimi panorami nella gestione di questo nevralgico settore. Il nuovo "asfaltatore" insediato alla Casa Bianca, non poteva che prendere al volo l'enorme impatto mediatico che deriva dal fare propri alcuni impegni protezionistici oramai non più procrastinabili.

Si parte quindi.

Senza dubbio una efficace spallata alla sempre spinosa questione legata alla tassazione, può costituire un solido punto di partenza, ben inteso solo se associata ad uno snellimento dei troppo macchinosi aspetti burocratici. Anche e soprattutto in tema di assunzioni di personale, da attingersi esclusivamente e rigorosamente dal fecondo bacino interno. Il tutto al fine di evitare ritorsioni neanche troppo velate.

Una minaccia? Si, minacce belle e buone queste, e allora? I risultati non si sono fatti attendere. Iniziamo con Fiat Chrysler, già pianificato un corposo investimento negli stabilimenti in Michigan e Ohio, con la conseguente assunzione di almeno 2000 operai. Se FCA parte in anticipo, Ford non resta a guardare, anzi.

Rinuncerà al previsto mega cantiere in Messico, a favore dell'ingrandimento delle strutture già presenti in Michigan. Non poteva essere che così, del resto. La previsione che vedeva la probabile prossima introduzione di dazi molto elevati alle dogane ha causato la spinta a desistere dalle poco patriottiche manie di delocalizzazione.

Mosse vincenti, bravo Donald, ha pigiato sull'acceleratore andando a solleticare i nervi scoperti di una nazione sempre troppo inquieta. Compito facilitato in più dalla disponibilità manifestata e offerta da colossi quali Fiat Chrysler, capace di creare almeno 25.000 posti di lavoro nel paese a partire dal 2009.