L’ultimo rapporto dell’Istat indica che il 17% dei consumi energetici in Italia deriva da fonti rinnovabili (energia solare, eolica, ecc.). Inoltre, nell’ultimo anno, il settore della cosiddetta Green Economy ha prodotto un valore aggiunto di 36 miliardi di euro, pari al 2,3% del Pil.

Non siamo ancora al 64% della Danimarca o al 30% della Germania, ma la Francia è sotto il 6% (con un 78% di nucleare), il Giappone al 9% e i Paesi Bassi al 15%. Per una volta, quindi, occupiamo una posizione di tutto rispetto, nonostante un instabile quadro normativo e la mancanza di un piano industriale e di una visione politica generale.

Due milioni di posti di lavoro in dieci anni derivati dalla green economy

In dieci anni, il segmento dell’efficienza energetica edilizia ha promosso 293 miliardi di investimenti, avviando due milioni di nuovi posti di lavoro. Trattasi di ingegneri energetici, agricoltori biologici, tecnici e installatori di impianti termici a basso impatto, ecc. Altre indagini indicano che, nel 2018, la green economy ha attivato 474.000 contratti, cioè il 10,4% del totale. Nel comparto manifatturiero si sfiora il 15%.

Riduzione dei consumi, incremento delle energie rinnovabili, riduzione degli sprechi energetici, smaltimento “ecologico” dei rifiuti e mobilità ecosostenibile sono i cinque “fronti” della battaglia ambientale in Italia. Secondo la Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile, affrontando con misure adeguate queste grandi problematiche ambientali si potrebbero attivare, in sei anni, altri 190 miliardi di investimenti. Con una ricaduta di oltre 682 miliardi di Pil e 242 di indotto. Si può oggettivamente prevedere, inoltre, la creazione di altri 800.000 posti di lavoro.

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Ambiente

Green economy, un settore di successo per la ricerca made in Italy

La vitalità italiana nel settore, anche nel campo della ricerca scientifica, è testimoniato dal brevetto della plastica monouso, firmato dalla scienziata italiana Catia Bastoli. Tale straordinaria innovazione ha indotto la UE ad adottare un’apposita direttiva per tutti gli Stati membri. In base ad essa l’Unione ha prescritto, nel medio periodo, la riconversione di tutte le industrie europee del settore onde produrre la plastica brevettata dalla nostra ricercatrice.

Un’occasione unica per il made in Italy. Ma c’è un rovescio della medaglia.

Il 70% della plastica che la UE mette al bando con la direttiva citata, infatti, è prodotta dalle nostre industrie bioplastiche. Un segmento che, nel quinquennio ha aumentato di 545 mil.ni di euro il suo fatturato, con un incremento del 49%. Contemporaneamente, l’occupazione nel settore è aumentata del 92% e la produzione complessiva dell’86%. Sono soprattutto le nostre industrie bioplastiche a doversi riconvertire con tutte le conseguenze che si possono immaginare.

Il processo, infatti, non è assolutamente pilotato in modo adeguato. Il governo non riesce a legiferare in materia, diviso ideologicamente tra filo ambientalisti e sostenitori della vecchia industria. I comuni, in ordine sparso, emanano delibere che bandiscono la tipologia pluriuso dal loro territorio, senza coordinarsi tra loro.

Il problema è che mentre il “genio italico” è una spanna avanti a tutti, la nostra politica arriva sempre a gestire l’emergenza e non va oltre. Così è per quanto riguarda l’emergenza rifiuti, la repressione dell’interramento illegale dei rifiuti tossici, l’annoso problema dello smaltimento delle scorie nucleari e chi più ne ha, più ne metta.

Se la green economy non si espande adeguatamente è un problema di cultura

Probabilmente, la responsabilità non è soltanto dei politici, che si ricordano dei problemi dell’ecologia solo per dire sì o no alla Tav, a cantieri avviati. Un esempio su tutti, la nostra industria automobilistica, che ha perso il treno della produzione di auto elettriche, nonostante che la sua componentistica sia prodotta principalmente in Italia, almeno per quanto riguarda il mercato europeo o americano.

E’ una questione di carenza cultura diffusa.

Nel settore della green economy, infatti, sono i cittadini il “motore” del processo produttivo. Optando per l’installazione, sui tetti delle proprie case, dei pannelli energetici solari. Attuando la raccolta differenziata, che ne permette il recupero e l’utilizzazione anche a fini energetici. Adottando stili di vita più consoni alla riconversione ecologica e al progresso.

In mancanza di ciò, non si può dar la colpa ai politici. E’ già tanto che a livello europeo si siano dimostrati sensibili ad accogliere le innovazioni (italiane) in proposito e guidino, nelle grandi linee, il processo di riconversione dell’economia verso obiettivi ecosostenibili.

Per una volta non possiamo prendercela con l’Europa.

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