La rivoluzione verde non si gioca solo su pannelli solari, auto elettriche e pale eoliche. Dietro la promessa della decarbonizzazione si nasconde una partita molto più concreta: quella per il controllo delle materie prime critiche. Perché oggi la geopolitica non passa soltanto dal petrolio o dal gas. Il vero potere è nel sottosuolo. Litio, cobalto, nichel, rame e terre rare sono diventati i nuovi “oro nero” della transizione energetica. Senza questi minerali, batterie, reti elettriche e impianti rinnovabili semplicemente non esisterebbero. E la domanda è destinata a esplodere: entro il 2040 il fabbisogno globale di questi metalli potrebbe quadruplicare.

Tradotto: nuove miniere, nuove raffinerie, nuovi equilibri politici. Una corsa internazionale che assomiglia sempre più a una guerra economica.

La nuova mappa del potere: nasce la geografia dei metalli

Il XXI secolo potrebbe essere ricordato come l’era della “geografia dei metalli”. Gli Stati che possiedono giacimenti strategici stanno acquisendo un peso crescente nelle relazioni internazionali. Non è un caso se Washington guarda con interesse alla Groenlandia o se Pechino consolida la propria presenza in Africa e Sudamerica. Le risorse minerarie sono diventate leve di influenza globale, merce di scambio diplomatica e arma commerciale. La transizione ecologica si trasforma in una competizione industriale tra superpotenze.

Litio, il cuore della batterie elettriche

Se c’è un materiale simbolo dell’economia green è il litio. È l’elemento chiave delle batterie che alimentano oltre 40 milioni di veicoli elettrici nel mondo e che accumulano l’energia prodotta da sole e vento. Paradossalmente, il litio non è raro. Il problema è dove si trova. Oggi metà della produzione globale arriva dall’Australia, mentre gran parte delle riserve è concentrata nel cosiddetto “triangolo del litio” tra Bolivia, Argentina e Cile. Anche gli Stati Uniti stanno cercando di rendersi autonomi sfruttando i giacimenti del Nevada.Ma l’espansione mineraria crea tensioni: espropri, conflitti con allevatori e comunità locali, impatti ambientali pesanti.

La transizione verde, insomma, non è priva di costi sociali.

Terre rare, il monopolio cinese

Infine le terre rare, indispensabili per i magneti ad alta potenza delle turbine eoliche e per numerosi componenti elettronici. Nonostante il nome, non sono così rare in natura. Ciò che è raro è il controllo della produzione: la Cina domina il mercato e concentra gran parte delle attività estrattive e di raffinazione. Questa posizione le consente di influenzare prezzi e forniture globali. Un vantaggio strategico enorme. Nuovi giacimenti emergono in Europa (Svezia, Finlandia, Groenlandia) e in Giappone, che ha recentemente scoperto enormi riserve sottomarine, ma il distacco da Pechino resta difficile.

La transizione verde non è così pulita

Il paradosso è evidente: per costruire un futuro sostenibile servono miniere, scavi, raffinerie e processi industriali altamente impattanti. La transizione energetica, più che una favola ecologica, appare sempre più come una complessa partita industriale e geopolitica. Chi controlla i metalli controlla le batterie. Chi controlla le batterie controlla l’energia. La nuova corsa all’oro è già iniziata. E non sarà affatto green.