Il governo Tsipras ha approvato, domenica otto maggio, un nuovo pacchetto di misure che riguardano le pensioni ed il fisco, la privatizzazione dei pubblici servizi, e la svendita delle isole dell’Egeo che saranno acquisite da società immobiliari tedesche. Misure, si dice, necessarie per concedere la seconda tranche di aiuti alla Grecia. Per il momento non è ancora finita e bisognerà attendere il 24 maggio per valutare l’esito delle riforme, se verranno inserite le clausole di salvaguardia, non previste dalla costituzione greca, e vagliare la sostenibilità del debito.

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Le clausole di austerità, richieste  dal Fondo europeo di stabilità, prevedono l’innalzamento dell’IVA dal 23 al 24%. In soldoni è previsto un risparmio di 5,4 milioni di euro all’anno, che permetterà entro il 2018 di arrivare al 3,5% del Pil.

Con i precedenti aiuti forniti alla Grecia, i miliardi entrati nelle casse statali sono stati solo il 9,7%. Gli altri soldi sono serviti per pagare prestiti già contratti con i relativi interessi e per ricapitalizzare gli istituti di credito. Tsipras dal canto suo ha già annunciato che il 90% degli assegni previdenziali non sarà toccato, ma con l’aumento dell’IVA è come se lo fossero, ragion per cui per la maggioranza dei Greci ci sarà davvero da piangere.

Intanto piazza Sintagma è tornata a riempirsi di manifestanti. Si sono fermati i trasporti urbani ed extraurbani, scioperano artigiani, medici, infermieri, nonché avvocati e farmacisti. Il vento della protesta soffia anche tra le forze della polizia, ed alcune forze sindacali hanno dichiarato che non ubbidiranno agli ordini del Governo.

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Protestano anche gli agricoltori, i quali hanno annunciato che entro venerdì arriveranno davanti la sede del Governo per scaricare letame.

E’ fuor di dubbio che i tagli vanno ad incidere sulla carne viva delle persone, tant’è che a peggiorare  la situazione sarà ancora una volta la sanità ridotta all’osso. A fotografare il disagio del Paese è l’associazione dei medici di Atene, che denunciano la mancanza di duecento posti letto, necessari per salvare la vita di tante persone ammalate, che non possono accedere alle cure nemmeno  se sono affetti da patologie oncologiche. L’economia greca è già crollata di un terzo rispetto al 2011, ed i medici tendono ad abbandonare Atene per trovare collocazione altrove, poiché gli ospedali chiudono invece di assumere il personale mancante. Persino le attrezzature usate sono ormai diventate obsolete e non si dispone nemmeno di macchinari per fare una radiografia. Se a questo aggiungiamo la mancanza di medicinali, si ha l’impressione che più che essere in Europa, la Grecia sembra più un paese sottosviluppato che una realtà europea.

Erano dunque necessarie misure lacrime e sangue? Chi ci garantisce che la situazione non peggiorerà ulteriormente? A cosa serve stare in Europa a queste condizioni? Nella testa dei padri costituenti l’Unione Europea avrebbe dovuto garantire benessere, pace, confini aperti, ma nessuno di tali obiettivi sembra raggiunto, specie se si guardano i muri alzati per difendere i confini dall’arrivo massiccio dei profughi della Siria, dell’Iraq, del Pakistan e di aree depresse economicamente.

Dopo la Grecia quale sarà il Paese contagiato dalla crisi che subirà lo stesso trattamento? La Troika non demorde e le misure adottate non vanno certo in direzione di cittadini che hanno toccato il fondo. Sarebbe stato meglio uscire che accettare condizioni capestro.