Al dipendente deve essere riconosciuto il diritto di critica verso il proprio superiore gerarchico senza dover temere il licenziamento per giusta causa. A stabilirlo è proprio la Corte di Cassazione con la sentenza n. 21649/2016. La questione verteva sul licenziamento intimato ad un dipendente che aveva 'osato' rivolgersi al suo diretto superiore facendogli notare delle correzioni organizzative. In primo grado era stato ritenuto legitimo il licenziamento; in appello invece la sentenza veniva ribaltata e quest'ultima confermata dalla Cassazione. Ecco le motivazioni che hanno portato le due ultime Corti ha ritenere illegittimo il licenziamento.

Sentenza di secondo grado

Completamente opposta la sentenza emessa in secondo grado secondo cui una lettera di denuncia del lavoratore, scritta il 13/06/2002 alla datrice per comportamenti scorretti e offensivi in proprio danno del superiore gerarchico, con allegato parere pro veritate di un avvocato (posta a base della contestazione disciplinare culminata nel licenziamento impugnato), doveva essere inquadrata nell'esercizio del legittimo diritto di critica del dipendente.

E ciò per rispetto dei limiti di continenza sostanziale, ovvero per la ravvisata corrispondenza a verità dei fatti denunciati, e di continenza formale, per il tono corretto e civile delle espressioni usate e senza averle riportate all'esterno dell'ambito aziendale. In questo modo infatti si è esclusa qualsiasi tipo di lesione all'immagine e al decoro dell'azienda/datore di lavoro. La Corte ha inoltre tenuto conto di tutte le circostanze del caso concreto, oltre che all'assenza di precedenti contestazioni o sanzioni disciplinari a carico del dipendente.

Pertanto, il licenziamento per giusta causa non integrava il principio di proporzionalità che deve sempre sussistere tra comportamento del dipendente e la misura inflitta (la quale, per l'appunto, risultava assolutamente abnorme). Infatti, una lettera, sebbene contenente delle critiche, non poteva certamente ledere il vincolo fiduciario tra le parti.

La sentenza della Cassazione

La Cassazione ha ritenuto, quindi, corretto il ragionamento della Corte d'Appello ed inoltre ha chiarito che, in tema di esercizio del diritto di critica da parte del dipendente nei confronti del datore di lavoro, il lavoratore si era limitato a difendere la propria posizione soggettiva, senza superare così il limite del rispetto della verità oggettiva.

Ma non solo. Il lavoratore non ha usato termini tali da non ledere gratuitamente il decoro del datore di lavoro allo scopo di determinare un pregiudizio per l'impresa. Del resto, si legge nella motivazione della pronuncia, il lavoratore nella lettera aveva sollecitato l'attivazione del potere gerarchico e organizzativo del datore di lavoro (in base agli artt. 2086 e 2104 cod. civ.), in funzione di una migliore coesistenza delle diverse realtà operanti all'interno dei luoghi di lavoro e ad evitare conflittualità.

Per questi motivi è stato rigettato il ricorso in appello della società con il riconoscimento dell'illegittimità del licenziamento e relativa condanna del datore di lavoro alle spese.

Licenziamento illegittimo: la sentenza a tutela del lavoratore

È bene ricordare altresì la sentenza n. 10426/2012, secondo cui è illegittimo il licenziamento del lavoratore che pronuncia una semplice frase ingiuriosa offendendo così il proprio superiore gerarchico.

Anche in quel caso, la Corte di Cassazione aveva statuito che non si può licenziare un dipendente se, in una singola occasione, abbia pronunciato parole offensive nei confronti del superiore: un comportamento verificatosi una sola volta non può considerarsi di gravità tale da poter compromettere il rapporto di fiducia tra le parti e portare all’interruzione del rapporto lavorativo. Per ricevere aggiornamenti, cliccate in alto su 'Segui' accanto al nome dell'autore.

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