Sabato 8 ottobre è andata in scena nelle vie del capoluogo piemontese la prima importante mobilitazione dei fattorini di foodora, la multinazionale del servizio di consegna cibo a domicilio. Ora nel mirino della protesta c'è Milano.
Il corteo rosa in centro città
La manifestazione torinese, animata da una cinquantina di rider, ha percorso le vie del centro nella giornata dello shopping in città, tra aperitivi, compere e famiglie che passeggiavano. Sventolando i loro vessilli rosa simbolo dell'azienda, accompagnati dallo slogan Foodora et Labora, hanno sensibilizzato i passanti e i clienti sulle precarie condizioni della loro attività lavorativa.
Eliminazione del co.co.co. e contratto a cottimo, manutenzione del mezzo di lavoro e fornitura di smartphone e sim telefonica, indispensabile per comunicare con l'azienda durante l'attività, sono le richieste dei rider all'azienda, che sembra per ora fare orecchie da mercante.
Colloquio coni vertici aziendali
Sette ragazzi della sede torinese sono stati ricevuti in conference call dai vertici aziendali di Foodora Italia, gli amministratori delegati Matteo Lentini e Gianluca Cocco, che hanno ascoltato le rivendicazioni dei rappresentanti dei fattorini, ma ancora non hanno preso decisioni in merito. La protesta rischia così di dilagare tra le file dei rider, pronti a un'altra iniziativa anche a Milano.
L'azienda smentisce categoricamente ma tra i ragazzi organizzatori corre voce che due esponenti della protesta siano state allontanate dall'azienda, proprio dopo la giornata di sabato, certamente quello di Foodora è divenuto un ambiente poco tranquillo e sereno.
Giorgio Airaudo sostiene i rider
Giorgio Airaudo esponente del partito politico Sinistra, Ecologia e Libertà, proprio in seguito a queste vicissitudini poco chiare e dinamiche ostative nei confronti dei rider, ha subito preso posizione sostenendo la protesta, invitando il Governo ha convocare i vertici di Foodora per un confronto tra le parti in sede istituzionale e sensibilizzare sul precariato giovanile dove si può perdere il lavoro anche tramite un messaggio sull'applicazione WhatsApp, segno emblematico dei nostri tempi.