Ufficialmente si apre la stagione del rinnovo contrattuale per i lavoratori statali. Ieri, 19 luglio, nel programmato incontro tra Aran e sindacati, è iniziata la trattativa. L’Agenzia per la Contrattazione (Aran), incaricata dal Governo a rappresentarlo al tavolo della discussione con le parti sociali, ha proseguito quanto sancito nell’atto di indirizzo del Governo e le notizie per i lavoratori non sono certo buone, a partire dai tempi previsti per gli aumenti di stipendio relativi proprio al rinnovo.

I nodi sono sempre gli stessi

Un rinnovo che da troppo tempo è atteso e che nemmeno una sentenza della Corte Costituzionale, favorevole proprio al rinnovo, sembra riuscire a portare a termine.

Da 8 anni i dipendenti della Pubblica Amministrazione attendono questo rinnovo, perché gli stipendi dei lavoratori sono fermi ormai dal 2009. Un blocco dell’indicizzazione degli stipendi che la Consulta, in relazione a quanto stabilito dalla Fornero per il biennio 2011-2012, ha sancito come incostituzionale. In pratica, sono illegali i mancati adeguamenti ai sopraggiunti tassi di inflazione del salario di tutti gli oltre 3 milioni di dipendenti pubblici. Ecco perché adesso si è arrivati al punto di iniziare a trattare l’adeguamento degli stipendi per un settore, quello del lavoro pubblico che è in piena nuova stagione, con la riforma Madia che è giunta ormai in porto e con tutta una serie di cambiamenti, a partire dalla riduzione dei comparti, che modifica tutto il sistema.

L’incontro di ieri 19 luglio

Come dicevamo, in agenda era fissato l’incontro tra Aran e sindacati per il 19 luglio. Incontro che si è regolarmente svolto e che ha riguardato solo uno dei comparti, quello della Pubblica Amministrazione Centrale, ma che ha abbracciato temi che riguardano tutti gli altri. L’esito dell’incontro è stato largamente affrontato da un articolo del quotidiano “Il Sole24Ore” di oggi 20 luglio. Sul quotidiano si legge che la trattativa si spalma su ben 4 tavoli, cioè sui 4 comparti e su 4 punti focali che riguardano i permessi, i contratti flessibili, il nuovo codice disciplinare e la ricostruzione delle carriere per coloro che sono confluiti in uno dei 4 comparti e che provengono da quelli cessati, visto che fino alla riforma, la PA era suddivisa in 11 comparti.

I sindacati hanno ribadito il loro punto di vista, con la richiesta di confermare per davvero gli aumenti di 85 euro al mese come nella bozza di accordo siglato nell’ultimo incontro del 2016 con il Governo lo scorso novembre. Per le parti sociali va detonato anche il paventato rischio, per molti dipendenti, di vedersi revocare il bonus da 80 euro per via di questi aumenti, e che porterebbe alcuni di loro a percepire meno rispetto ad oggi. L’Aran ha ribadito i concetti del Governo, con un aumento spalmato in base al merito ed al reddito dei lavoratori. Un punto di vista nettamente diverso da quello delle sigle sindacali che vorrebbero un aumento, per così dire tabellare, che per via dell’eccezionalità della situazione, cioè del lungo periodo di vuoto contrattuale, della sentenza della Consulta e della vacanza contrattuale non pagata, potrebbe venire affrontato al di fuori delle nuove regole meritocratiche su cui si basa la riforma.

La partita sarà lunga, perché i soldi per sbloccare i contratti non ci sono, se è vero il fatto che il 50% di essi deve essere ancora trovato. Le soluzioni, se mai dovessero arrivare, saranno con la prossima Legge di Stabilità, anche se i più pessimisti, pensano che il tutto slitterà al nuovo Governo, quando quello attuale chiuderà i battenti, probabilmente a fine legislatura.