Il lavoro a basse temperature non è solo una questione di disagio stagionale. Oggi il freddo è riconosciuto a tutti gli effetti come un rischio professionale, capace di incidere sulla salute dei lavoratori, sulla sicurezza nei luoghi di lavoro e sulla produttività delle aziende. A lanciare l’allarme sono le linee guida dell’Agenzia europea per la sicurezza e la salute sul lavoro (Eu-OSHA) e i documenti tecnici dell’Inail, corroborati da un’ampia letteratura scientifica internazionale. L’esposizione prolungata al freddo, se non adeguatamente gestita, può compromettere le funzioni fisiche e mentali, aumentare il numero di infortuni e favorire l’insorgenza di patologie anche gravi.

Per questo la prevenzione non può essere improvvisata, ma deve poggiare su una valutazione del rischio puntuale e su misure strutturate.

Quando un luogo di lavoro diventa freddo secondo l'UE

Per Eu-OSHA un ambiente di lavoro è da considerarsi freddo quando le condizioni climatiche o microclimatiche provocano una dispersione di calore tale da alterare l’equilibrio termico dell’organismo. Non serve arrivare a temperature estreme: già sotto i 20 gradi possono comparire affaticamento e cali di concentrazione. Al di sotto dei 10 °C il rischio cresce sensibilmente, mentre sotto i 5 °C diventa elevato, soprattutto se entrano in gioco vento e umidità. Si tratta di una condizione diffusa in molti settori: cantieri edili, agricoltura, pesca, logistica, trasporti e manutenzione stradale, ma anche ambienti chiusi come celle frigorifere, magazzini refrigerati e stabilimenti dell’industria alimentare e farmaceutica.

Stress termico da freddo: cosa succede al corpo

Il corpo umano funziona correttamente mantenendo una temperatura interna attorno ai 37 °C. Quando però la perdita di calore supera la produzione, la temperatura corporea scende e il lavoratore entra in una condizione di stress termico da freddo. In questi casi aumentano i rischi di ipotermia, affaticamento e riduzione delle capacità cognitive e motorie. Secondo Eu-OSHA, lo stress termico si manifesta quando il sistema di termoregolazione non riesce più a compensare lo scambio di calore con l’ambiente. Ad incidere sono vari elementi: temperatura dell’aria, umidità, vento, e persino l’intensità dell’attività fisica. Alcuni lavoratori risultano più esposti di altri: persone anziane, soggetti con patologie croniche, scarsa massa grassa, ma anche chi lavora in condizioni di stanchezza, disidratazione o con un’alimentazione inadeguata.

Freddo alle mani e aumento degli infortuni

Uno degli effetti più pericolosi del freddo riguarda la perdita di destrezza manuale. Le linee guida europee indicano che già sotto i 20 °C della temperatura cutanea delle mani le capacità motorie iniziano a ridursi. Sotto i 15 °C il rischio diventa critico. Lo standard ISO 11079 stabilisce che, per garantire condizioni di sicurezza, le dita dovrebbero restare sopra i 24 °C. Il freddo riduce forza di presa, coordinazione, sensibilità tattile e rapidità di reazione, aumentando il margine di errore soprattutto nei lavori di precisione o ad alto rischio, come quelli elettrici o meccanici. A questo si aggiunge l’effetto “distrazione”: il disagio termico assorbe l’attenzione del lavoratore, rallenta le decisioni e moltiplica gli sbagli.

Inoltre, gli infortuni legati al freddo tendono a essere più gravi e a comportare assenze più lunghe.

Come valutare il rischio di freddo

  • La normativa tecnica internazionale prevede un approccio graduale alla valutazione del rischio da freddo, articolato su tre livelli: Osservazione, che coinvolge direttamente i lavoratori per individuare i pericoli immediatamente percepibili;
  • Analisi tecnica, basata su indici come l’isolamento termico richiesto dell’abbigliamento e sulla definizione dei tempi massimi di esposizione;
  • Valutazione specialistica, necessaria nei contesti più complessi, con misurazioni approfondite e soluzioni calibrate sulle specifiche condizioni microclimatiche.

Prevenzione aziendale: le misure da adottare

La prevenzione è il cardine della tutela nei lavori al freddo.

Inail ed Eu-OSHA indicano una gerarchia chiara di interventi:

  • Soluzioni di tipo tecnico come barriere contro il vento, pavimenti isolanti, sistemi di controllo dell’umidità, cabine riscaldate e attrezzature con impugnature isolate;
  • Tutele organizzative, tra cui pause programmate in ambienti caldi, rotazione delle mansioni, formazione sulle emergenze e flessibilità nel ritmo di lavoro;
  • Dispositivi di protezione individuale, come guanti idonei, abbigliamento certificato, traspirante e a strati, oltre a dotazioni di primo soccorso con coperte termiche.

Inail richiama inoltre l’attenzione su un errore frequente: indumenti troppo aderenti o bagnati dal sudore possono peggiorare la dispersione di calore e aumentare il rischio di congelamento.