Silvio Berlusconi parla da una stanza sobria e illuminata dai riflettori, Villa San Martino, Arcore. Sullo sfondo una foto della famiglia sovrasta uno scaffale ingordo di una libreria in bella mostra, la postazione non è forse casuale.

Parla per rompere il silenzio di questi giorni convulsi, e per consegnare finalmente al Paese la sua versione dei fatti sulla tempesta politica e giudiziaria che si sta vorticosamente abbattendo sulla sua figura, dopo il chiacchiericcio e la divisione tra falchi e colombe.

Le parole che sceglie per sparare il suo messaggio nel "tubo catodico" sono tra le più agguerrite e sanguinarie del suo usuale lessico, storicamente istrionico e magistralmente velleitario, pietre filosofali di quella facile comunicabilità da leader condominiale che traslato su piazza mostra tutti i suoi limiti, pur riscuotendo i successi di un pubblico da tv commerciale, suggestionabile e fin troppo facilmente catturabile

"La magistratura è una malattia infernale che non ti abbandona, ti lascia i segni".

Bam, a bruciapelo. lo schermo si infiamma subito e Berlusconi innesta il pilota automatico in modalità "parlare alla pancia della gente". E infatti poco dopo arzigogola la vicenda mescolando confusamente vicende personali con l'interesse ed il bene pubblico, quasi facendo coincidere le due cose. "Sono convinto di aver fatto il bene del Paese. Sono sceso in campo per contrastrare lo strapotere della vecchia sinistra, rimasta ancorata ai suoi precetti originari, incapace di darsi un orientamento social-democratico. Sono stato condannato per un evasione dello o,%, proprio io che ho versato nelle casse dell' erario 10 miliardi per mano delle mie aziende. Mi sono stati rovesciati addosso 50 processi che hanno messo a rischio le mie aziende, la mia sfera privata e hanno impegnato gran parte del mio tempo".

E' arrivata l'ora che gli italiani - dice- si indignino e scendano in campo per combattere quell'unico nemico che, secondo il sillogismo Berlusconiano è appunto l'ala progressista dello scacchiere partitico del nostro paese, che opera attraverso il suo organo più ingombrante e pericoloso, la magistratura politicizzata delle toghe rosse.

E il suo modo di farsi missionario tra la gente è quello di lanciare la nuova Forza Italia, per catturare l'adesione degli scontenti e dei nauseati dalla politica, "il cui esercizio in prima persona però è fondamentale perché ne va del proprio futuro e di quello dei propri figli"

Le parole arrivano ai margini della conferma della sentenza della Cassazione sul "lodo Mondadori", sentenza che ha confermato una volte per tutte la fitta rete di tangenti che investirono e contornarono l'acquisizione del gruppo editoriale di Segrate da parte di Berlusconi e della Fininvest, la cui scalata-truffa finì col danneggiare il diretto concorrente nell'acquisizione della Mondadori, l'ingegnere Carlo De Benedetti, patron del gruppo l'Espresso.

494 i milioni che Berlusconi deve adesso quindi alla Cir. Ma la puntualità del video messaggio di Berlusconi sta tutta nell'anticipare giusto di qualche ora il voto della giunta del Senato, che dovrà decidere di qui ai prossimi giorni sulla sua decadenza da Senatore.

Lui intanto avverte "Decaduto o meno, sarò sempre io il leader del centro destra. Non mi faranno fuori, perché l'unica cosa che conta davvero è il consenso. Forza Italia può e anzi deve conquistare la maggioranza dei consensi, e cambierà il Paese se gli italiani decideranno di restare finalmente uniti." Promette che non farà saltare il banco del governo. E nel completare il suo diktat si rivolge direttamente al singolo, bucherellando il teleschermo col pathos finto romantico-televisivo da morte rocambolesca del protagonista, nel mezzo della fiction fatta con i due soldi avanzati dal ricavo pubblicitario del reality.

Ripete "Forza Italia" per tre volte con tutto il vigore che gli resta, recita un "Viva l'Italia, Viva la libertà" e tutto si spegne. Con milioni e milioni di Italiani impantanati davanti ad uno schermo a chiedersi se quello davanti ai loro occhi sia semplicemente il più perseguitato o il più disonesto statista della Storia politica Italiana.