Passiamo i giorni a discutere degli ultimi sondaggi elettorali, commentando l'aumento di mezzo punto o il calo di uno di questo o quel partito politico. E lo facciamo quasi senza pensare che, negli ultimi anni, gli istituti non ne beccano mai una: chi ha dimenticato le politiche del 2006 dove Prodi sembrava vincente ed invece stappò lo spumante di notte, con 20 mila voti scarsi di margine?
E le elezioni del febbraio 2013 dove il PD era considerato dai sondaggi politici elettorali almeno 10 punti sul centro destra e finì per ottenere la più grande vittoria di Pirro della storia d'Italia?
Per non parlare, poi, del fenomeno del Movimento Cinque Stelle, su cui gli "esperti" hanno toppato incredibilmente: nemmeno Beppe Grillo, forse, pronosticava un risultato come quello del 2013 e che probabilmente si riprodurrà anche alle elezioni europee di maggio.
Dato che si parla sempre di sondaggi elettorali, rinfreschiamo la memoria su un flop clamoroso: vigilia delle elezioni politiche del 2013, riferimento è Pagnoncelli. Secondo quanto asseriva a Ballarò il PD era al 33,3%, ben otto punti sopra rispetto a quanto avrebbe preso: con SEL data al 5,5% la coalizione di Bersani sarebbe arrivata al 38,8%, sfiorando il 40% con le liste minori.
Sappiamo tutti, invece, come è andata a finire e, per questo motivo, nel rivedere il 34,3% attribuito ieri sera a Renzi e soci una risata viene quasi spontanea dato che si assiste ad un tentativo, maldestro, di indirizzare i cittadini verso il "voto utile", dove per "utile" si intende il beneficio unilaterale che ricava la politica.