Più mercato, meno Stato. La propaganda degli ultimi due decenni di storia italiana non ha fatto altro che ripetercelo. Ma cos'ha da guadagnare il cittadino comune da una prospettiva di questo tipo? Lo Stato, quando ha esercitato con autorevolezza le sue funzioni, ha fatto dell'Italia una delle nazioni più progredite e sviluppate del mondo. E' stata assicurata la possibilità di andare a Scuola a tutti i cittadini, elevando notevolmente il livello socio-culturale del Paese. Si è garantito il diritto alla salute, istituendo il Servizio Sanitario Nazionale.

Si sono costruite infrastrutture fondamentali e strategiche, come autostrade, ferrovie, ospedali, università. Ricordo queste cose perché tutto ciò è stato realizzato soprattutto dalla tanto vituperata Prima Repubblica. Quest'ultima è caduta sotto i colpi degli scandalismi dei primi anni '90, che hanno contribuito a scavare un solco profondo tra i cittadini e la politica, e quindi tra i cittadini e le Istituzioni. L'obiezione più comune a questo ragionamento è che la Prima Repubblica aveva costruito tutto ciò con un forte indebitamento. E' vero, non lo si può negare, tuttavia va ricordato che in quegli anni cresceva vertiginosamente anche il nostro PIL, migliorando così l'indice che oggi siamo abituati ad utilizzare per testare la salute delle finanze pubbliche, ossia il rapporto tra debito e PIL.

Inoltre, in questi ultimi vent'anni, nonostante non si sia fatto praticamente nulla, il debito pubblico è comunque cresciuto vertiginosamente. Ma, anche volendo evitare questi tecnicismi, quella era un'Italia che guardava al futuro, con l'entusiasmo di chi vuole crescere ed affermarsi anche sullo scenario internazionale. Questa è un'Italia ripiegata su se stessa, incapace di reagire e di uscire dall'angolo in cui è stata relegata dalla crisi.

Ma quell'Italia non andava bene perché, di lì a poco, si sarebbero palesati gli appetiti famelici dell'alta finanza, peraltro spesso a forte connotazione internazionale. Le nostre autostrade, ferrovie, compagnie di navigazione aerea e marittima, i nostri servizi di comunicazione e di telecomunicazione facevano (e fanno) gola a tanti.

Ed allora? Basta convincere le persone che "privato è bello" ed il gioco è fatto. Non importa che privatizzare significa sottrarre allo Stato, cioè a tutti noi, il controllo di questi settori strategici. Non importa che i livelli occupazionali non sempre vengano rispettati. Non importa che intere aree del Paese vengano tagliate fuori dai servizi perché ad un privato non conviene investire dove ci sono poche anime (e quindi pochi soldi). Presto anche la sanità e l'istruzione saranno oggetto di questi appetiti ed allora, forse, anche curarsi e studiare saranno privilegi per pochi, ossia di chi potrà permetterseli. Come se non bastasse, la classe politica che ha realizzato tutto ciò si è chiusa in una fortezza dorata, il Palazzo, per effetto di leggi elettorali che impediscono al cittadino di scegliere i propri rappresentanti.

Così c'è gente che si è assicurata un seggio a vita. Magari ci fosse nuovamente uno Stato forte a tutelare i diritti dei cittadini! Quello di oggi è uno Stato che ha paura delle varie corporazioni, non si muove una foglia se questa o quella lobby pone il veto su un provvedimento che, magari, sarebbe invece di pubblica utilità. E' uno Stato che ha paura di far rispettare le leggi: lo si vede con l'abusivismo edilizio, con l'evasione fiscale, ma anche con taluni stranieri che fanno fatica a comprendere che qui devono rispettare la nostra Costituzione e le nostre leggi. Ma l'attenzione è tutta sui reality, sui campi di calcio, sul gossip. Ed intanto, quasi nell'indifferenza generale, i diritti si indeboliscono sempre di più.