Terminato il Family Day, prosegue invece l'invettiva rivolta dagli animalisti contro il Festival di Yulin. Riparte dunque il consueto dissidio che vede schierati i vegetariani indignati da un volto della cultura cinese considerato barbarico, ed i carnivori che invitano i primi al rispetto delle tradizioni altrui. Stupisce il carattere occasionale di tali dibattiti, nella maggioranza dei casi sorti solo in riferimento a determinati eventi, e la superficialità con cui ci si dimentica una questione di fondamentale rilevanza che affligge l'uomo stesso.

La natura è onnivora.

Il ciclo della nascita deve fondarsi su vita e morte degli esseri viventi, siano essi animali o vegetali. I vegetariani ed i carnivori che dibattono dovrebbero piuttosto riflettere sulla constatazione di quanto l'animale oggi venga oramai considerato come oggetto e non più come preda. Ai primi, le cui mozioni partono spesso da un vero e proprio atto di fede incondizionata piuttosto che da una riflessione etica, credo sia giusto far notare che l'accoglienza di un animale, il cane nello specifico, in una casa nella quale verrà ritagliato in sua funzione uno spazio inserito nella rumorosa vita di una grande città, in un ambiente che poco si confà alla sua natura, costituisce di per sé un atto di snaturamento, anti-naturalista. Se a tutto ciò si aggiunge che l'animale vivrà tra i nostri stessi comfort e seguendo i ritmi scanditi dall'esistenza umana è chiaro che, la scelta naturalista, se non vagliata con lo giusto spirito critico, si traduce sovente in un atto di proiezione del proprio ego sull'animale. Non è un caso in fondo che siano cani e gatti le specie più utilizzate tramite i media da vip e politici per le proprie campagne promozionali: essi rappresentano il bersaglio più comune di tale processo di spersonalizzazione. Quanto ai carnivori che, vestendo i panni del sofista occasionale, orgogliosi ribattono che i naturalisti dovrebbero, non solo rispettare le tradizioni altrui, ma indignarsi allo stesso modo nel caso degli agnelli pasquali, delle vacche, sacre in India, e dei maiali, la cui carne è vietata ai musulmani, il punto è che il rispetto delle tradizioni altrui, come in questo caso, non ha nulla a che fare con il considerare un atto di barbarie come legittimato in virtù della cultura di un popolo. Inoltre partendo da tale spunto e riferendomi agli animali menzionati a supporto della loro tesi, è opportuno che i carnivori, in questo caso meno coscienziosi dei vegetariani, assumano una maggiore consapevolezza dei maltrattamenti perpetrati all'interno degli allevamenti intensivi. L'ambientalista americano Wendell Berry si è pronunciato efficacemente in merito asserendo che oggi colui che mangia e l'oggetto di cui si nutre sono sempre più esiliati dalla vera realtà biologica.

Qui sta il nocciolo della questione.

Berry, come il sottoscritto non è vegetariano, ma propone il giusto spunto di riflessione puntando il dito contro il principio commerciale, valido per Yulin, ma per ogni altra occasione, il quale riduce la bestia ad oggetto ed il compratore ad un mangiatore incosciente circa la provenienza del cibo che andrà ad ingurgitare.

La presa di coscienza vera, che consentirebbe di sentirsi meno alienati circa la realtà che ci circonda, dovrebbe consistere non tanto nella constatazione della suddivisione tra carnivori e vegetariani, quanto piuttosto tra gli esseri umani coscienti di ciò che mangiano e quelli che non lo sono. Questo è il punto da cui partire.