Persa la maggioranza con il voto nella prima settimana di giugno 2015 il premier turco non si è dato per vinto e ha subito deciso di giocare la carta più pericolosa. La lotta per l'indipendenza del Kurdistan dura ormai da oltre 30 anni; ad oggi in questo conflitto interno e transnazionale per l'indipendenza sono ricordati come portabandiera gli sforzi fatti dal Partito dei lavoratori curdi (PKK). Quest'ultimo ha avuto come spesso è accaduto negli ultimi tempi nel vicino oriente ed in Nord Africa uno spin-off democratico che ha visto la nascita di un partito che ne rappresenta in modo moderato le richieste.

Si tratta del partito HCP che alle ultime elezioni ha preso ben il 13% dei voti per la prima volta e a cui facevano riferimento anche i volontari tra i 32 morti di ormai due settimane fa uccisi da un attacco suicida a Suruc rivendicato dall'ISIS.

La responsabilità è stata fatta ricadere immediatamente sul governo turco e le forze di sicurezza sono state fatte oggetto di una rappresaglia con l'uccisione di due poliziotti alla frontiera il 22 luglio. Il caso è stato preso in esempio, dando per veritiera la tesi che sostiene le forze di sicurezza turche abbiano collaborato con l'attentato rivendicato dall'ISIS, effettuando controlli superficiali, per mostrare quale sia l'elevata tensione ormai raggiunta in tutta l'area in questi ultimi mesi.

La situazione, inoltre, dei profughi nei campi a Nord della Siria ha raggiunto ormai da tempo carattere del disastro umanitario, mentre le varie parti in conflitto con interessi diversi tra loro battagliano sia sul campo, che per aria che attraverso dichiarazioni e annunci sui mezzi di informazione.

Gli States abbandoneranno i curdi solo ufficialmente

Il popolo curdo ha svolto un ruolo durante il conflitto in Iraq. Accanto alle forze statunitensi le forze curde giocarono un ruolo importante e sanguinoso nella vendetta sui loro carnefici sunniti. Agli stessi infatti si attribuiscono numerose sentenze capitali tra cui quella di impiccagione nel 2006 di Saddam Hussein.

Nello scacchiere attuale dal 2011 in presenza del conflitto Siriano interno ora diventato internazionale abbiamo visto le forze speciali U.S.A.cooperare fin dai primi giorni a fianco dei curdi con scopi di addestramento oggi arrivati ad un ben più sviluppato ed ufficiale appoggio aereo statunitense a supporto di un impegno esclusivamente curdo su terra. L'opposizione curdo-statunitense è stata l'unica che ha visto affrontare sul fronte settentrionale la neo proclamata nazione dello Stato Islamico; la minaccia del califfato ha interessato proprio l'area abitata da minoranze o maggiormente popolate da curdi tra Turchia, Siria, Iraq e Iran (il cui generale Soleimani è impegnato invece in territorio iracheno contro ISIS).

Ribaltare le elezioni? Un progetto ambizioso

La strategia di Erdogan che ha visto bloccare le trattative di pace con il PKK e ha aperto almeno (se non le proprie acque) la base aerea (NATO) di Incirlik agli States non prevede altro che ribaltare il risultato del voto di giugno. Le voci dicono che nel frattempo i caccia turchi impegnati si contro l'ISIS, fino ad ora non ostacolano un duello all'ultimo sangue con i curdi, abbiano anche colpito postazioni legate al PKK in un doppio gioco che assume i caratteri di una guerra personale, in cui gli U.S.A. non metteranno mai il naso.

Nel frattempo le richieste a questi ultimi non si sono fatte aspettare e le concessioni di punti di appoggio più vicini al confine siriano sono state seguite da richieste di creare una zona cuscinetto tra Turchia e territorio siriano-iracheno di cui si sta valutando la sostenibilità.

Nel frattempo si riscontrano già i primi risultati nelle città più importanti turche con proteste e violenze. È proprio li che Erdogan vuole avere ragione sottoponendo l'opinione pubblica a forte instabilità e ricevendo indietro la totale fiducia che il popolo turco gli aveva rifiutato in giugno per la prima volta da quando è salito al potere.