Manca un mese al referendum richiesto dalle regioni per bloccare le trivelle nelle acque italiane: il 17 aprile avremo la possibilità di scegliere il futuro delle attività petrolifere nei nostri mari.

A differenza di quanto si pensi, il referendum pone la questione solamente sul rinnovo delle concessioni per i pozzi vicino alla costa, ovvero entro le 12 miglia: in numero decisamente esiguo rispetto al totale delle piattaforme offshore che popolano i nostri mari.

Con la vittoria dei SI, al termine delle concessioni in essere, le trivelle verranno fermate anche se nel sottosuolo ci sono ancora risorse; viceversa tali accordi continueranno a rinnovarsi fino all’esaurimento degli idrocarburi.

Rischi ambientali

Uno dei punti di forza della campagna ‘no-triv’ è sicuramente il fattore ambientale.

Le associazioni per la salvaguardia del pianeta si schierano contro lo sfruttamento dei depositi marini, richiamando l’attenzione sui rischi sismici e di inquinamento in caso di incidenti.

Gli scienziati però assicurano che l’incidenza delle trivellazioni sulla probabilità di terremoti nella nostra area geografica è quanto mai irrilevante, sottolineando come ci sia stato un solo caso di sismicità indotta a causa delle piattaforme petrolifere, peraltro di bassa intensità.

Gli effetti di un incidente, con conseguente rilascio di idrocarburi in acqua, sarebbero devastanti per la flora e la fauna che abita un mare chiuso come il nostro.

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Ambiente

Ma anche in questo caso l’entità del rischio deve essere fortemente ridimensionata: l’ultimo caso registrato nei nostri mari risale al lontano 1964.

Bisogna inoltre ricordare che la maggior parte delle piattaforme sul nostro territorio è adibita all’estrazione del gas metano, carburante fondamentale al difficile passaggio a fonti di energia più pulite e al progressivo abbandono del petrolio, battaglie care alle stesse associazioni che ne vogliono fermare la raccolta.

Il gioco non vale la candela

Un’eccessiva spinta a quello che dovrebbe essere un percorso graduale, ovvero quello del passaggio alle rinnovabili, avrebbe risvolti economici critici e il settore italiano delle trivellazioni, la cui qualità è riconosciuta a livello mondiale, subirebbe un grave colpo.

La vittoria del SI porterebbe alla perdita degli ingenti capitali investiti per l’installazione e il mantenimento delle piattaforme, degli eventuali ricavi e dei vantaggi di poter soddisfare almeno in parte il fabbisogno energetico del nostro paese.

Verrebbero inoltre messe sulla strada migliaia di famiglie che, con la chiusura degli impianti, perderebbero il lavoro.

I costi per la sigillatura di pozzi non ancora esauriti sono esponenzialmente più alti, come anche i rischi ambientali legati a questo delicato processo.

Un mondo più pulito e libero dagli idrocarburi è senz'altro la sfida del nuovo millennio, ma non bisogna incappare in decisioni affrettate e prese sulla spinta delle emozioni: forse questo round lo devono vincere le grandi lobby petrolifere, forse non siamo ancora pronti.

Forse, questa volta, il gioco non vale la candela.

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