Il disastro sembra conclamato. Leamministrative ci consegnano una pluralità di dati da contestualizzare, tutti della medesima importanza, ai fini di una lettura politica del voto. Chi ne esce con le ossa rotte è innanzitutto il Partito Democratico, che deve necessariamente farsi autore di un rinnovamento oggi più che mai necessario.

Congresso subito?

Si cresce governando e facendolo bene. Vero è che si cresce anche e soprattutto nelle sconfitte, quando si viene messi davanti al fatto compiuto, al fallimento.

Il Pd ha fallito, non ovunque, ma il dato è comunque incontrovertibile: 90 comuni amministrati nel 2011, 45 dopo le amministrative del 2016; perde appeal e consensi.

La situazione è delicatissima, i prossimi impegni sono fondamentali e si prefigura un autunno non caldo, ma bollente. Ad ottobre ci sarà il referendum sulla riforma costituzionale, cui sembrano essere legate le sorti del governo. Il punto cruciale è però il congresso, e molti chiedono le dimissioni del segretario in seguito alla disfatta alle amministrative.

Forse sarebbe opportuno programmarlo prima del referendum di ottobre, magari accompagnandolo ad una riflessione interna su cosa è mancato, o su chi è mancato al PD in questa tornata elettorale.

Compito del partito di Renzi è ora quello di razionalizzare la sconfitta, slegarla da liti ideologiche interne e programmare un cambiamento, che deve tassativamente figurarsi.La prima cosa da fare è quella di andare a congresso.

Auspicabile che il Presidente del Consiglio non si ricandidi, non per incompatibilità, ma semplicemente perché la doppia figura di premier/segretario non ha dato i suoi frutti.

Vedere un Enrico Rossi segretario, o un Nicola Zingaretti, darebbe nuova linfa all'intero establishment democratico. È necessario puntare su una guida che non rivaluti le vecchie segreterie alla Bersani o alla Veltroni, ma che le superi in maniera definitiva, rilanciando alcune tematiche sociali proprie della sinistra che si sono perse negli ultimi anni, congiuntamente a quella spinta riformista che deve esserci e non dev'essere soffocata.Ecco il secondo punto: che direzione deve prendere il PD?

Il governo logora chi ce l'ha

Renzi al governo e un segretario che faccia chiarezza e pulizia nel partito. Questa la linea auspicabile, considerando la naturale scadenza dell'Esecutivo nel 2018. Quella del governo è proprio la seconda variabile dopo il congresso. Se il Premier dovesse decidere di dimettersi in caso di sconfitta al referendum, si delineerebbe una condizione di estrema confusione, difficilmente districabile.

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La maggioranza rischia di esacerbare ulteriormente gli animi nei confronti del partito. La gente si sta distaccando progressivamente dal PD, per il semplice fatto che il governo non è di sinistra e non è di destra. Non è un governo politico, ma nato per pagare lo scotto e i ritardi accumulati in vent'anni di "berlusconismo". Le persone che storicamente hanno dato il loro appoggio al Partito Democratico non vi si riconoscono più e se ne allontanano, scegliendo la comodità del voto di protesta.

Sì, si tratta di protesta, non di cambiamento.

Il PD si trova in una situazione scomodissima, ma ora occorrono fermezza e lungimiranza. Bisogna cogliere la disfatta delle amministrative per cambiare. Riavvicinarsi a quelle fasce sociali più disagiate è necessario e moralmente giusto per una forza di sinistra e riformista, e scegliere un segretario che incarni tutte queste prerogative sembra essere il giusto viatico per i prossimi impegni elettorali. Bisognasmettere di essere una "tragica zavorra" (Giachetti dixit) e tornare ad essere il volano di una politica di sinistra che miri all'equità sociale e alla giustizia, arginando ipopulismi che imperversano nel Paese.

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