Segni particolari: chioma folta e riccia, estensione vocale di ben tre ottave e capacità di innestare storie di vita vissuta su situazioni musicali disparate, conuno stile fortemente pop e del tutto originale. Alla Perrone si può dire. Escluso da Sanremo, X-Factor e The Voice, prova a immedesimarsi nei panni della rockstar del 2016. Il risultato? Un’audace e provocatoria invettiva in musica contro il sistema discografico di oggi, che tende a penalizzare gli artisti più talentuosi e a prendersi gioco dei gusti “di merda” dell’italiano medio.

Il brano in questione è “Musica di m...” e lui è Simone Perrone.

«La televisione è nelle mani degli idioti, la normalità è esaltata e la genialità esiliata» canti in “Musica di m…”. Quali sono i primi nomi che ti vengono in mente per ciascuna delle 3 categorie?

«Non è necessario fare dei nomi specifici. Voglio però fare un esempio che qualcuno capirà, qualcun altro no. Una sera facendo zapping alla televisione, su Rai Uno davano un programma e cantava Orietta Berti; senza nulla togliere ad Orietta Berti eh.

La stessa sera, sulla tv nazionale Islandese, stavano trasmettendo in diretta streaming il viaggio dei Sigur Rós che attraversavano nel giorno del solstizio d'estate la Route One, la strada circolare che percorre l'intera Islanda per 1332 km. A buon intenditor… (il nulla), a chi non capisce… (si merita i 'Dinosauri')».

Perché in un Paese come l’Italia, che vanta un invidiabile patrimonio artistico, il fruitore medio di musica è così influenzato dai media e il sistema discografico sempre più lontano dalla qualità?

«Perché siamo ormai entrati nell’ottica che non c’è più il tempo di sbagliare, distruggere e ricominciare.

Il fatto che il fruitore medio di musica sia influenzato dai media non è un “problema” attuale, e non sarebbe nemmeno un problema se il “prodotto” offerto dai media fosse di buona qualità. Bisogna capire poi cosa si intende per discografia. Io credo che stiamo vivendo un’epoca di passaggio, di grandi cambiamenti, un’epoca di riassestamento. Le grandi major stanno pian piano morendo e sta venendo fuori sempre più la dimensione indipendente, l’indie.

Quindi, se per discografia si intende le multinazionali della musica, sì credo siano ormai molto lontane dalla qualità. Ma se per discografia intendiamo il tutto, le etichette indipendenti, i gruppi che non passano per radio ma che nonostante ciò fanno 200 date in un anno e vendono più dei cantanti di Amici e X-Factor, beh, credo che allora la discografia non sia poi così lontana dalla qualità. C’è gente che fa musica seria, impegnata e di spessore, e sono in tanti».

Piero Pelù, dopo averti esclusodalla sua squadra di The Voice of Italy, ha decantato, sia attraverso la carta stampata sia attraverso i canali social, le tue qualità vocali e compositive. A riflettori spenti la stima suona sincera e sembra rivelare quello che già J-Ax, prima di passare ad Amici, ha fatto trasparire. Ovvero una mancanza di autonomia nelle scelte dei vocal coach. Quali sono i tuoi bilanci su questa esperienza televisiva e che effetto ti fa sapere che i tuoi ultimi singoli, sia su iTunes sia su YouTube, hanno avuto più successo di quelli degli ultimivincitoridi The Voice?

«Piero Pelù è una persona a cui io sarò sempre grato.

In poco tempo è riuscito a trasmettermi tanta positività e passione per questo mestiere. The Voice, come esperienza umana, è stata sicuramente una delle più emozionanti della mia vita. Mi è servita, perché da lì è partito il progetto insieme a Michele Cammarota, Paci Ciotola e New Music International, che mi ha portato alla collaborazione con Cesko degli Après La Classe, alla pubblicazione di “Silvia Non Lo Sa” e “Musica di m” e, nel futuro prossimo, alla realizzazione del mio primo album. Francamente non sento mai le competizioni e non guardo in casa di altri, per cui, se ibrani hanno avuto un discreto successo sono felice, per me, non a discapito degli altri. Tutti facciamo dei sacrifici».

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