In Italia, la gestione diretta dei servizi pubblici, compresi gli acquedotti, inizia sotto il governo Giolitti, facendo perno sulle stesse motivazioni: le necessità primarie devono essere assicurate da un servizio pubblico accessibile a tutti, che non deve esser asservito alle capacità economiche dei singoli.

La privatizzazione inizia con la Legge Galli

Ma l’Italia del 1994 è già pronta per avviare il processo di privatizzazione che, con la Legge Galli n.36 del 5 gennaio, punta a semplificare una gestione considerata troppo complessa, perché condotta da svariate società e con la presenza di un numero di amministratori addirittura superiore a quello dei comuni serviti.

Anche i processi di potabilizzazione dell’acqua andavano snelliti, e la Legge n.36 ha introdotto il cosiddetto "ciclo integrato dell'acqua",che prevede un unico gestore per l'intera filiera.

Le tre modalità di affidamento del servizio idrico

Nell’anno 2000 viene approvato il decreto legislativo chiamato "Testo Unico delle leggi sull’ordinamento degli Enti Locali" che, stando a quanto riportato dal sito del Senato della Repubblica, sostiene "tre modalità di affidamento per la gestione del servizio idrico: alle Spa private affidamento tramite gara; alle Spa miste pubblico-private affidamento nel quale il privato sia stato scelto tramite gare, e infine alle Spa pubbliche attraverso affidamento diretto".

Nel giugno 2008, un’altra novità introdotta con la manovra estivaprevede: "l’affidamento ai privati tramite garae solo in via derogatoria.

Questo può essere fatto senza gara, mentre verso società a totale capitale pubblico (le cosiddette in house), l'affidamento deve essere espletato nel rispetto dei tre criteri Ue elencati poco sopra".

Ci si stava avviando al 31 dicembre 2011, data che avrebbe segnato l’affidamento delle gestioni in house per il 40% a privati, scelti tramite gara pubblica, oppure a società miste nelle quali le componenti private sarebbero state selezionate mediante gare.Nella consultazionepopolare del giugno 2011, il 54% degli elettori votò contro la privatizzazione del sistema idrico.

I governi che si sono succeduti da allora hanno lavorato per favorire la privatizzazione, in contrasto con la volontà espressa dai cittadini nel voto, ed oggi ci si chiede quali motivazioni spingano il governo a non prendere in considerazione la scelta effettuata dal "popolo sovrano".

Il pretesto accampato dalla politica sostenitrice della privatizzazione consiste nella (presunta) necessità di adeguarsi agli altri Stati europei. Tale motivazione, però, regge poco.Differentemente da quanto supposto da chi è a favore della privatizzazione, infatti, l’acqua è considerata parte integrante del patrimonio dell’umanità.

Pochi mesi fa, a Montecitorio, è stato approvato il disegno di legge sulla tutela e la gestione pubblica delle acque.

Un'approvazione fasulla

Il testo originale è stato però stravolto e adattato alla volontà del Pd e della maggioranza. Approvazione fasulla, quindi, e molto lontana dal potersi considerare un ddl degno di essere chiamato tale in un Paese democratico.

Dal Forum Italiano dei movimenti per l’acqua traspare lo sdegno di una minoranza alla quale è necessario dare voce e supportare il più possibile: "La cancellazione della volontà popolare di 27 milioni di italiani che si espressero in favore dell’acqua pubblica ai referendum, arriva a pochi giorni dalla data del 17 aprile, sulla quale la maggioranza di Governo ha fatto campagna per l'astensionismo, il disconoscimento di un percorso di partecipazione come quello sulla gestione pubblica del servizio idrico rappresenta un preoccupante segnale per la democrazia nel nostro paese".Attendiamo ulteriori sviluppi per capire come andrà a finire questa battaglia.

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