Col voto dei cittadini italiani aventi diritto si concluderà un iter legislativo iniziato l’8 aprile scorso con la presentazione del disegno di legge Renzi-Boschi. Una riforma legata a doppio filo con la nuova legge elettorale in vigore detta Italicum poiché, in caso di vittoria del no e quindi di permanenza del Senato effettivamente eletto col Consultellum (il vecchio Porcellum bocciato e quindi modificato dalla Corte Costituzionale) si ricreerebbe facilmente una situazione di ingovernabilità.

L’Italicum infatti prevede di assegnare la Camera dei Deputati a uno schieramento governativo certo che affiderà la maggioranza dei seggi (340) alla lista che otterrà almeno il 40% dei voti, se nessuno dei partiti arriverà a tal fatidica percentuale ci sarà un ballottaggio tra le due liste più votate.

Come ben sappiamo la legge elettorale per il Senato offre la maggioranza dei seggi al partito più votato su base regionale, ecco perché l’Italicum ha strenuamente bisogno del sì al Referendum o perlomeno di un altro disegno di legge elettorale per il Senato.

E’ già semplice fin qui sentir odore di pasticciato. Se poi addirittura entriamo nel merito della Riforma, da una parte abbiamo l’art. 70 attuale che recita: “La funzione legislativa è esercitata collettivamente dalle due Camere. Semplice, chiaro, nove parole.

In caso di vittoria del sì? Più di 440. Chiaramente non è solo una questione di estensione dell’articolo, non avremmo niente da dire se, per esempio, questo maggior apporto di vocaboli darebbe un corso legislativo più svelto ed efficiente.

Invece cominciando a leggere ci accorgiamo che tutto ci appare tranne che una semplificazione. “La funzione legislativa è esercitata collettivamente dalle due Camere per le leggi di revisione della Costituzione e le altre leggi costituzionali” inizia così per poi aggiungere che anche “soltanto per le leggi di attuazione delle disposizioni costituzionali concernenti la tutela delle minoranze linguistiche, i referendum popolari, le altre forme di consultazione di cui all'articolo 71, per le leggi che determinano l'ordinamento, la legislazione elettorale, gli organi di governo, le funzioni fondamentali dei Comuni e delle Città metropolitane e le disposizioni di principio sulle forme associative dei Comuni, per la legge che stabilisce le norme generali, le forme e i termini della partecipazione dell'Italia alla formazione e all'attuazione della normativa e delle politiche dell'Unione europea, per quella che determina i casi di ineleggibilità e di incompatibilità con l'ufficio di senatore di cui all'articolo 65, primo comma, ecc.

ecc.” qui il testo della riforma.

Se al terzo rigo vi è venuta la labirintite non vi biasimo. Ma non è questione di essere addetti ai lavori o meno, la Costituzione per sua natura è la legge fondamentale dello Stato da cui poi scaturiscono le leggi ordinarie, ecco perché i nostri padri costituenti l’hanno resa chiara, lapalissiana. Scremando e evitando i vari commi e andando oltre all’art. 70 abbiamo in mano sostanzialmente un ribaltamento radicale della nostra istituzione legislativa con un Senato che non sarà più eletto direttamente dai cittadini, in soldoni i cittadini italiani maggiori di 25 anni non riceveranno più la scheda per scegliere la lista/ i candidati ma questi verranno indicati dai consigli regionali rispettando la volontà degli elettori, circostanza men che mai poco chiara anche questa.

Il potere legislativo sarebbe comunque in mano in gran parte della Camera dei deputati al quale saranno assegnati 5 “deputati” a vita scelti dal Presidente della Repubblica che si vede ridurre il suo potere di nomina “presidenziale” da 7 a 5.

La sostanzialità del disaccordo è tutta in queste righe: un’asprezza di trasparenza e una parvenza di riforma arzigogolata e burocratica che potrebbe minare i principi della democrazia: non essendo il Senato più determinante per la legislazione ordinaria.

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