La Regina delle Classiche non delude mai. Corridori che spuntano dalle nuvole di polvere, volti sporchi e stremati, scenari così selvaggi ed eroici a cui il ciclismo moderno non ci ha più abituato. Emozioni ma, soprattutto, eroi. Coloro che non hanno paura di sfidare le pietre taglienti delle terre tra Francia e Belgio, transalpine di fatto, lussuose dimore per fiamminghi, in sostanza.

Dalle Fiandre viene Greg Van Avermaet, uno di quei corridori dal sapore un po' vintage, in grado di primeggiare in ogni latitudine e su ogni tipo di percorso.

Le braccia al cielo nel leggendario Velodromo di Roubaix rappresentano il momento più alto della carriera di Greg, dopo un 2016 in cui la dea Olimpia ha baciato il portacolori della BMC. Omloop Het Nieuswsbland, E3 Harelbeke, Gent-Wevelgem e Parigi-Roubaix. Quattro trionfi di primavera che non si vedevano dai tempi d’oro del ciclismo, da quando il piccolo Belgio ha visto all’opera giganti come Van Looy, De Vlaeminck, Merckx e Boonen. Sì, Tom Boonen. L'ultimo mito delle pietre all'ultima recita di una carriera unica, all'ultimo sussulto su quel manto di pavé che lo ha portato alla gloria.

Un canto del cigno intonato dinanzi al suo pubblico, quello che metro per metro, pietra per pietra, lo ha incitato e ringraziato. Non ha vinto, non ci è andato nemmeno vicino, ma la danza sulle pietre è la stessa dell’esordio di 15 anni fa.

In quell’aprile del 2002, quando Boonen compiva i primi passi verso l’immortalità, un ragazzino di 8 anni iniziava a sognare in bicicletta. Gianni Moscon, trentino da Livo, segni particolari predestinato.

Predestinato, perché in pochi alla sua età sfidano l'inferno e ne escono vincitori. La spregiudicatezza di un ragazzino che corre fianco a fianco con i più grandi, che attacca e non sta mai a ruota nella speranza che qualcuno lo trascini indenne al traguardo. Una classe che trova origine nel sangue trentino, lo stesso che scorre nelle vene di Francesco Moser, un altro totem a Roubaix e dintorni.

Boonen e Moscon, il gigante e il bambino nella favola della Parigi-Roubaix. Il lieto fine è unanime, come in ogni fiaba che si rispetti.

Nel giorno in cui la Regina saluta il suo re, un altro, nuovo figlio prediletto delle pietre sale alla ribalta. E per l’Italia è giunto il momento atteso da 18 anni, dall'ultimo trionfo targato Andrea Tafi nel 1999. Continua a sognare, Gianni. Perché in questa corsa di eroi è lecito farlo.

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