Tempo, altro tempo: è quantomai interessante sottolineare che la richiesta di Matteo Salvini e di Luigi Di Maio a Sergio Mattarella sia per qualcosa che in realtà non esiste (il 'tempo', infatti, è un semplice concetto intellettuale creato ed usato per dare ordine agli eventi dell'esistenza, ma che non c'è nella 'realtà'), e che, però, pur non esistendo, è stato concesso dal capo dello Stato ai due leader, elargito al fine di superare le nuove-vecchie criticità nelle trattative tra le due compagini politiche per la formazione del nuovo governo (in merito, in primo luogo, alla 'questione premier' e, secondariamente, al 'nodo contratto di governo').
Molti nomi, nessuno condiviso
Nei giorni scorsi, gli organi di stampa riportavano le rassicurazione di Salvini e Di Maio, che si sarebbero dovuti presentare alle consultazioni di ieri con il presidente della Repubblica pronti a riferire sul programma e sul nome del futuro capo del governo. Invece, nei colloqui di ieri al Quirinale sono emerse ancora una volta discordanze, espressioni di difficoltà di dialogo e, dunque, di accordo. All'incontro delle 16,30 la delegazione pentastellata ha proposto una 'rosa' di nomi che pare non abbia riscontrato il favore di Mattarella. Nomi che sono diversi da quelli 'messi sul tavolo' dalla rappresentanza leghista, che è salita al Quirinale alle 18. Le 'rose' proposte dai due leader sono in effetti 'rose di ripiego', in quanto non vi è ancora un accordo tra il M5S e la Lega sul premier.
Due compagini politiche estranee
Viene da chiedersi che cosa significhi quel disaccordo, tanto più incredibile quanto più pareva impossibile sulla base delle stesse dichiarazioni dei giorni scorsi dei due leader. Questo duetto cantato su note differenti, quindi dissonante, segnala divergenze artistiche irrisolte di fondo: fuor di metafora, l'attuale fallimento ad indicare un nome condiviso per la premiership segnala tutta la differenza tra il MoVimento 5 Stelle e la Lega, due compagini politiche che se formalmente unite sotto la bandiera del populismo e dell'euroscetticismo permangono sostanzialmente estranee.
Come si nota, in queste ore, anche nelle difficoltà a scrivere lo stesso 'contratto di governo'.
Il 'governo del cambiamento'
Il contratto di governo. Da giorni sui social vengono condivise immagini di tavoli nei quali pentastellati e leghisti sono impegnati a definire i 'punti di azione' del nuovo esecutivo. I volti dei presenti, tuttavia, con le loro espressioni tese, rivelano in quelle fotografie quanto ieri è emerso del tutto nei colloqui con il capo dello Stato: procedere è difficile.
Tra Lega e 5 Stelle permangono differenze sensibili sui temi che pur dovrebbero entrare, con il contratto, nell'agenda del nuovo esecutivo. Ad iniziare, per esempio, dalla questione delle 'grandi opere' al Nord Italia (come la Tav), osteggiate dai pentastellati e favorite dai leghisti. O come, poi, la questione della 'legittima difesa', vero 'cavallo di battaglia' del Carroccio. Oppure, infine, come il 'nodo migranti', nel quale si scontrano opposte sensibilità tra i 'gialli' e i 'verdi': i primi vorrebbero siglare patti con i Paesi d'origine; i secondi procedere ai rimpatri forzati dei clandestini. Differenze che segnalano, ancora una volta, l'eterogeneità sostanziale delle due compagini politiche che pur stanno provando a formare un governo.