Ci sono luoghi che ad un certo punto della propria storia smettono di essere semplici riferimenti geografici e diventano riferimento culturale; talvolta accade grazie alla letteratura, ed è il caso di Scilla e Cariddi; talvolta perché diventano teatro di eventi di notevole rilevanza culturale, come l’isola di Wait per il movimento hippie.

Per la Costa Smeralda questo passaggio non è avvenuto né in un modo né nell’altro, ma per un preciso disegno estetico.

Fino agli anni ’60, la zona era chiamata Monti di Mola e il toponimo attuale non esisteva; esigua era anche la presenza umana, distribuita in modo disomogeneo su quelle che erano considerate terre erano considerate senza valore perché rocciose, esposte al maestrale e inadatte alla coltivazione intensiva.

Quando nel 1962 il principe Karim Aga Khan radunò in Gallura un’équipe di architetti — tra cui Jacques Couëlle, Luigi Vietti e Michele Busiri Vici —, l'intento di partenza era notevole: realizzare un modello pionieristico di turismo d'élite integrato e sostenibile.

Muretti a secco, granito scolpito dal vento e intonaci dai toni caldi della terra dovevano servire a mimetizzare le ville e gli approdi all'interno della macchia mediterranea, realizzando un sogno di privacy assoluta che questa parte di Sardegna alimentava in quel jet set che frequentava la destinazione in barca, alternandola alle sabbie della Versilia.

Ma se a Forte dei Marmi la misura e la continuità si riflettevano nel ritmo lento delle biciclette sui viali, in Sardegna quella stessa scenografia era destinata, nel giro di tre decenni, a trasformarsi nel teatro sociale più esposto d'Italia.

La grande mutazione: come i media hanno occupato la costa

La vera metamorfosi si compie tra la fine degli anni Ottanta e i primi anni Duemila. È in questo arco temporale che la Costa Smeralda si stacca dalla sua indole originaria per diventare il cuore pulsante della cultura pop nazionale. La riservatezza delle origini cede il passo alle luci dei flash, e i moli di Porto Cervo diventano la passerella del costume, soprattutto televisivo, di fine millennio.

Attorno alla Piazzetta e ai locali storici del litorale nasce un vero e proprio linguaggio sociale, dove l'ostentazione della presenza prende il sopravvento sull'esclusività del ritiro. Le imbarcazioni ormeggiate a filo di banchina non sono più concepite come strumenti di navigazione, ma come estensioni galleggianti dei salotti televisivi, puntualmente immortalate dai paparazzi d'assalto per riempire le pagine dei settimanali di gossip.

Parallelamente, la movida notturna si adatta a questo clima: la nascita e l'affermazione dei privé nei club simbolo della Costa crea una nuova gerarchia dell'accesso: essere visti all'interno di questi perimetri dorati significa certificare una posizione precisa nell'asse dello spettacolo, dello sport o dell'imprenditoria di quegli anni.

Calciatori, showgirl, parlamentari e ministri, in quel periodo tutti i personaggi pubblici più in vista si avvicendano tra Porto Cervo e Porto Rotondo, creando un palinsesto estivo capace di influenzare il gusto, orientare le aspirazioni del grande pubblico e definire l'estetica di un intero decennio.

L'eredità di un doppio immaginario

Oggi, di fronte all'ingresso dei grandi gruppi finanziari internazionali e a un racconto digitale che ha trasformato la spiaggia in un flusso continuo di contenuti istantanei, la Costa Smeralda sembra aver interiorizzato la propria doppia identità.

Da un lato resta il valore paesaggistico delle sue origini, tutelato dai vincoli storici del Consorzio; dall'altro sopravvive la memoria di quell'epoca irripetibile in cui Porto Cervo era il centro di gravità della pop culture italiana.

Rileggere oggi quella parabola significa osservare come un tratto di costa selvaggio sia stato capace di vivere due vite opposte e ugualmente potenti: prima rifugio invisibile per una ristretta élite internazionale, poi immenso specchio in cui la società italiana ha proiettato, per oltre un ventennio, i propri desideri di spensieratezza, successo e popolarità.