In un periodo storico estremamente travagliato, tra terrorismo e tensioni diplomatiche globali, i Governi iniziano ad aumentare la propria pressione sui colossi del web. Google e Facebook potrebbero essere infatti persuasi (o costretti, a seconda del punto di vista) a rivelare i segreti dietro i loro algoritmi, che rappresentano la fonte delle loro ricchezze e della loro fortuna. La testata di approfondimento d'oltreoceano Politico, nell'edizione odierna, parla infatti di un interesse dietro al funzionamento del motore di ricerca più noto a livello globale e dei più importanti social network (anche Twitter potrebbe finire sotto la lente) in seguito alle investigazioni sulle presunte ingerenze della Russia nelle elezioni presidenziali in USA del 2016.

La battaglia contro le Fake News e il ruolo dei colossi del web

Una delle pietre dello scandalo è il proliferare delle fake news contro le quali Donald Trump compie crociate quotidiane ma che al tempo stesso sono il combustibile che alimenta la sua popolarità, e che potrebbero aver avuto un ruolo nella sua elezione. Qui entra in gioco la Russia, su cui sono piovuti diversi sospetti su un ruolo del Paese ex sovietico nel diffondere notizie false o tendenziose per screditare l'avversario del tycoon americano nel corso delle ultime elezioni. Fake news che nascono sui social network come Facebook, lì si diffondono a macchia d'olio tramite condivisioni per poi finire nelle indicizzazioni di Google.

Di conseguenza diversi deputati del Congresso incominciano ad avanzare dubbi e richieste per poter vedere nel dettaglio il funzionamento degli algoritmi di ricerca e classificazione, rompendo così una pax tra istituzioni americane e colossi di Silicon Valley, la cui segretezza è stata sino ad ora tollerata se non tutelata dalla politica - e d'altra parte le aziende hanno sempre opposto il più totale riserbo sulle loro tecnologie.

Pensiamo ad esempio a quella dietro i search engines: l'algoritmo segreto di Google, come sappiamo tutti noi che quotidianamente usiamo il motore di ricerca di Mountain View, è talmente sofisticato da poter praticamente intuire le intenzioni dell'utente che digita la parole o il gruppo di parole da cercare tramite il parsing della stringa.

Per non parlare del SEO: resta tutt'oggi un mistero il meccanismo mediante il quale determinati argomenti diventino dei trend nelle ricerche di Google.

Rendere noto il funzionamento di questi processi significherebbe regalare al pubblico - e soprattutto ai concorrenti - un asset che determina la ricchezza dei colossi della Silicon Valley. La cronaca ci ha restituito anche i casi della Apple che si è opposta alle richieste degli inquirenti di poter forzare ed entrare dentro iPhone criptati e protetti dai codici di sicurezza: le motivazioni avanzate Cupertino risiedono sia sul rischio di perdere un vantaggio competitivo che queste informazioni possano essere usate con scopi non molto ortodossi da parte dei Governi (lo scandalo NSA insegna, a loro dire) e nel peggiore dei casi, di eventuali terroristi.

Politico cita delle fonti interne alla Commissione Intelligence del Senato statunitense che intende poter avere la possibilità di indagare sulla presunta capacità di soggetti russi di usare Twitter per spingere le fake news in cima alle ricerche di Google. Si sa che il motore di ricerca utilizza il traffico generato dalle notizie presenti su Facebook e sul social del microblogging per poi determinare la presenza di quelle news nelle ricerche, ma su come funzioni questo processo e sull'influenza dei social nell'algoritmo permane il più totale riserbo. Una segretezza che potrebbe essere minata dalla volontà di porre un argine alle fake news. Come afferma Marc Rotenberg, direttore esecutivo dell'EPIC (Electronic Privacy Information Center, l'autorità statunitense per la difesa della privacy), "la trasparenza sugli algoritmi è alla base della responsabilità di una azienda: senza di essa, senza sapere nel dettaglio come agiscono i soggetti del web nel raccogliere e diffondere le informazioni, non possiamo allora conoscere se le pratiche condotte da queste aziende possano essere ingannevoli, discriminatorie o affatto etiche".

Le aziende tecnologiche, d'altro canto, si rifiutano di rivelare questi segreti non solo per i motivi che abbiamo citato, ma anche perché il documentare i loro progressi tecnologici potrebbe avere un effetto rallentante su una innovazione che va avanti a rotta di collo. Inoltre, per quanto riguarda i social network, se gli utenti, perennemente in competizione per avere più like o più attenzioni dal prossimo, fossero al corrente dell'esatto funzionamento di Facebook o Twitter potrebbero sviluppare anche i mezzi per aggirare e truffare il sistema. Fino ad ora, i passi compiuti da colossi come quello guidato da Mark Zuckerberg per aumentarne la trasparenza hanno avuto più che altro l'effetto di pannicelli caldi, soprattutto se parliamo di Facebook che traccia, profila ed indicizza i nostri gusti (tramite condivisioni, like e così via) per poi rivenderli agli inserzionisti.

Il blog di Paolo Attivissimo Il Disinformatico ha messo in luce recentemente come il social network più popolare offriva pubblicità razzista mirata contro gli ebrei ad utenti classificati da Facebook come antisemiti; come se non bastasse, Menlo Park ha dichiarato di non essere a conoscenza di queste odiose categorie pubblicitarie.

Anche l'Europa si è mossa con l'entrata in vigore, a partire dal 25 maggio 2018, del Regolamento Generale sulla Protezione dei Dati, che sostituisce la precedente direttiva, in modo da poter aumentare l'efficacia ed armonizzare la protezione della privacy e dei dati dei cittadini dell'UE. La stessa Angela Merkel l'anno scorso aveva chiesto una maggiore trasparenza degli algoritmi, affinché gli utenti possano essere consapevoli dell'influenza e delle conseguenze delle loro azioni sul web e sui social.

Le indagini sul presunto ruolo della Russia nelle elezioni presidenziali del 2016 sono in pratica solo l'inizio di una battaglia per capire gli oscuri meccanismi dietro la nostra quotidiana fruizione ed esperienza in internet. La guerra alle fake news che infettano il web porterà allo svelamento dei preziosi algoritmi di Google e Facebook? Difficile che i colossi possano cedere vista la loro posizione negoziale molto forte anche di fronte alle stesse istituzioni americane, ma la speranza è che possano offrire il massimo supporto possibile (qualche passo è stato pure fatto) per arginare le bufale che troppo spesso influenzano l'opinione pubblica.

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