"Cominciare una rivoluzione è facile, è il portarla avanti che è molto difficile". Sono parole di Nelson Mandela ed esprimono una sacrosanta verità. Chi si professa rivoluzionario nella politica italiana odierna è il Movimento 5 Stelle la cui ascesa ha stravolto comunque gli equilibri parlamentari del Belpaese. Per loro sfortuna, legge elettorale alla mano, non possono completare da soli la rivoluzione perché non hanno i numeri per farlo. Tra poco più di un mese gli italiani saranno chiamati alle urne per scegliere il nuovo governo ed il M5S risulterà con ogni probabilità il più votato del Paese.

Quel traguardo ideale del 40 % di consensi è però pura utopia, lo sa il candidato premier Luigi Di Maio come del resto lo intuisce perfettamente il leader storico Beppe Grillo. I grillini hanno bisogno di alleati per governare, ma sinceramente non vediamo molte alternative. Oggi si parla per sensazioni, si scrutano con sospetto i risultati dei sondaggi, si aspetta con ansia il voto. L'impressione è che per entrare a Palazzo Chigi, i panda dovranno imparare a mangiare carne loro malgrado.

L'ennesimo attacco alla stampa stavolta è poco credibile

Tra i grillini e la stampa non sono mai corsi buoni rapporti. Se è vero che in Italia buona parte della stampa è agganciata ad un carrozzone politico, è altrettanto vero che tanti giornalisti hanno cercato di essere più che obiettivi nei confronti del Movimento, salvo venire virtualmente 'lapidati' quando esercitavano il legittimo 'diritto di critica'.

Alla fine, in tempo di campagna elettorale, il M5S ha bisogno della stampa come tutti gli altri partiti. Che poi si sia trovata l'ennesima occasione di demonizzarla lo vediamo più che altro come un contentino alla celebre ala ortodossa dell'elettorato pentastellato. Pertanto, ai colleghi che hanno sollevato perplessità dinanzi a posizioni divergenti come quelle di Grillo e Di Maio sul tema 'alleanze' (termine che in casa pentastellata è rigettato alla stregua di un prete alle vecchie feste dell'Unità), è stato risposto con una nota congiunta su Facebook a firma dei due, secondo il quale "i giornalisti non dicono la verità e si sono inventati una frattura tra noi due".

Insomma, il classico ritornello: una minestra così tanto riscaldata da non essere più commestibile.

Populisti intelligenti

Nella sua ascesa politica riconosciamo comunque al M5S una strategia intelligente ed unica nel suo genere. Se dobbiamo usare un termine molto in voga, si tratta di un partito sfacciatamente 'populista' che però ha avuto l'accortezza e l'abilità di non inflazionarsi con posizioni estremiste, becere e xenofobe come è accaduto con altre forze politiche un pò in tutta Europa.

Hanno cercato di spiegare i mali italiani puntato il dito sulla politica 'tradizionale', quella che si è data il cambio alla guida del Paese nell'ultimo ventennio. Hanno usato parole comprensibili promettendo rimedi pratici; oggi siamo in campagna elettorale e quindi poco importa se questi rimedi sono fattibili: è essenziale in questo momento cavalcare la rabbia ed il malessere della gente ed indirizzarlo verso il 'vero nemico', ma senza usare capri espiatori come fa la Lega. Gli 'indignados' italiani sono ancora oggi la spina dorsale dell'elettorato pentastellato, se da un lato c'è l'esigenza di conquistare una fetta di consensi più moderata, dall'altra c'è la necessità di non perdere il sostegno dei 'puristi'.

Alla fine la scelta di Luigi Di Maio come candidato premier è il frutto di questo compromesso: è il più politico dei 'delfini' di Beppe Grillo.

Vince la linea Di Maio

Ecco perché sul tema 'alleanze', Beppe Grillo ha corretto il tiro: la linea del 'panda che mangia carne, naturale tanto quanto un M5S che si allea per governare' è fin troppo ortodossa per il nuovo corso o 'fase matura' del Movimento, tanto per usare le parole del vulcanico cabarettista genovese. In fin dei conti quanto esposto nel post su Facebook in maniera congiunta ed il ricorso 'all'appello pubblico a tutti i gruppi (qualora il M5S non raggiunga la maggioranza) per dare un Governo al Paese sui temi' non diverge da una virgola dal 'governeremo con chi ci sta' di Luigi Di Maio.

Sul punto 'no spartizioni di poltrone o di potere' il sorriso nasce spontaneo: un governo è fatto di incarichi, un'alleanza o 'dialogo' che dir si voglia è fatto di compromessi. Nessuno dà il bene placito ad una linea di governo senza parteciparvi concretamente, in tal caso il povero panda rischierebbe di avere la gotta.

M5S, la rivoluzione-evoluzione

Alla fine la vera rivoluzione è all'interno del M5S, ma sarebbe più corretto chiamarla evoluzione. Nasce da lontano e culmina con la già citata scelta di Di Maio come leader e candidato premier, sorge dall'esigenza di 'realpolitik' di ogni partito nel momento in cui arriva ad un passo dalle stanze di governo. Ma non c'è nulla di scandaloso in questo: i grillini si sentono maturi per governare ed i vertici sanno bene di non poterlo fare attraverso le piazze, così come sono consapevoli di non averne i numeri per farlo da soli.

Diventa legittimo, pertanto, cercare di rassicurare l'elettorato indeciso, ma moderato; diventa logico dare dimostrazione al Presidente della Repubblica ed all'Unione Europea di saper condurre una politica ponderata, di 'testa' e non di 'stomaco'. Ma c'è anche l'accortezza di garantire ai 'duri e puri' di non essere come gli altri. Questa contraddizione alla fine rende il M5S attaccabile dalle controparti politiche e la campagna elettorale, sovente, è più una gara ad elencare i difetti altrui piuttosto che sbandierare i propri pregi. L'impressione è che in giro ci sia poca merce da reclamizzare: Silvio Berlusconi dice le stesse cose più o meno da vent'anni di ripetute campagne elettorali, Matteo Renzi è stretto tra rottamazioni incompiute ed una leadership che non sembra più salda come quella del 2014.

Il M5S, unica vera novità del panorama politico nazionale, ha la grande occasione di portare a compimento una rivoluzione politica, a patto che completi la propria evoluzione in maniera pragmatica. Ad essere più che mai realisti, però, non vediamo quale parte politica possa raccogliere un eventuale appello post-voto: prepariamoci ad una calda primavera.

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