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Meglio la sciabola del fioretto, anzi meglio i 'lunghi coltelli'. Matteo Renzi e Luigi Di Maio hanno poco in comune, a parte la medesima voglia di entrare a Palazzo Chigi, ma in questa delicata fase di presentazione delle liste dei candidati per le Elezioni politiche del 4 marzo 2018 ci sembrano tanto simili. Con un colpo di spugna che lascia la lavagna tutt'altro che asciutta, entrambi 'depurano' gli schieramenti dei rispettivi partiti da personaggi 'scomodi'. A prima vista potrebbe sembrare più dannoso che utile, perché a tutti gli effetti rischia di indebolire i due maggiori partiti del Paese. Sono tanti gli indecisi ed i possibili astensionisti in vista delle urne di marzo e polemiche di questo tipo non aiutano il cittadino a riacquistare brandelli di fiducia nella politica.

In tutto ciò il centrodestra se la ride, in questo momento i sondaggi sembrano premiarne la campagna elettorale. Ma considerato che basta poco per spezzare l'intesa tra i 'capoccia' Silvio Berlusconi e Matteo Salvini, è estremamente consigliabile guardare al proprio orto piuttosto che denigrare le altrui coltivazioni.

Renzi rompe con la minoranza

Matteo Renzi è uscito allo scoperto nella conferenza stampa del 27 gennaio, dichiarandosi fiducioso di "aver messo in campo la miglior squadra possibile". Per l'ex premier, i candidati sono quelli pertinenti perché "competenti, preparati ed in grado di poter portare avanti la fiaccola della speranza che noi abbiamo acceso". Eppure quanto accaduto al Nazareno, precedentemente all'uscita pubblica del segretario, sembrava davvero una Caporetto interna al PD: qualcosa di già visto, divisioni e rese dei conti del tutto simili a quelle che portarono alla fuoriuscita dei bersaniani e dell'ala sinistra.

Se Renzi aveva ottenuto alle Primarie meno del 70 % dei consensi, all'atto della presentazione delle liste almeno il 90 % dei 'posti sicuri' appartenevano alla sua corrente. Alla fine, le minoranze rappresentate dai suoi avversari alle citate Primarie (Orlando ed Emiliano) avranno comunque la garanzia di un drappello di parlamentari, ma per l'appunto un gruppo ristretto ed assolutamente irrilevante. Dopo il colpo di mano, Renzi ha comunque invitato i polemici a marciare uniti con il resto del plotone. "Il nostro obiettivo sono i voti e non i veti - ha detto, rivolto ai componenti della minoranza - e nessuno ha subito veti. Le polemiche ci sono e ci saranno sempre, ma ora dobbiamo metterle da parte perché ci sono le elezioni da vincere". La citata minoranza non ha comunque preso parte al voto della direzione del PD relativo all'approvazione delle liste, raccogliendo però l'invito del segretario. "Basta polemiche - è il commento di alcuni 'orlandiani' - ma non possono dire che non ci siano stati veti. Certe mortificazioni si potevano evitare. Qualcuno ha detto che Renzi ha fatto come Bersani nel 2013, in realtà ha fatto di peggio".

Tra i commenti più diretti c'è quello del ministro allo sviluppo economico, Carlo Calenda, che definisce praticamente autolesionista la scelta di non candidare "gente seria e preparata" in riferimento ad alcuni esclusi eccellenti [VIDEO] come Realacci, Manconi, Rughetti e De Vincenti.

PD: pezzi da novanta e new entry

La squadra messa in campo da Renzi presenta certamente alcuni pezzi da novanta come Paolo Gentiloni, candidato nel collegio di Roma 1 e nelle circoscrizioni Catania e Marche, oppure Marco Minniti candidato nell'uninominale di Pesaro e nel proporzionale a Salerno e Venezia. Maria Elena Boschi è candidata in numerosi collegi, praticamente dal Trentino alla Sicilia, mentre il nome di Pier Carlo Padoan è associato a Siena e Teresa Bellanova in Puglia ed in altre realtà territoriali. Tra i volti nuovi figurano Lucia Annibali (uninominale a Parma), Riccardo Illy (senatoriale a Trieste) e l'avvocatessa Lisa Toia. Matteo Renzi ha inoltre definito quella di Paolo Siani a Napoli "una delle sfide più belle". Il medico partenopeo, presidente della Fondazione Polis e fratello di Giancarlo Siani (il cronista de Il Mattino ucciso dalla Camorra nel 1985) è impegnato da anni in prima linea nella lotta contro la criminalità organizzata.

M5S, il 29 gennaio le candidature ufficiali

Sul fronte pentastellato invece Luigi Di Maio prende tempo per qualcosa che è già stato deciso: è una tattica ormai assodata dei grillini. Il 29 gennaio saranno ufficializzate le candidature per gli uninominali, ma le polemiche per tante esclusioni definite 'ingiustificate' dai diretti interessati non accennano a placarsi. In realtà i vertici del M5S, nelle specifiche persone di Beppe Grillo e Luigi Di Maio, si stanno occupando del cosiddetto 'filtro di qualità' già preannunciato dagli stessi. Motivo per cui alcune candidature sono state depennate dalla lista, altre invece più semplicemente spostate ad altri collegi. I nomi degli esclusi non sono un segreto: Gedorem Andreatta, Maria Pompilio, Raffaella Loforte tra gli altri, gli ultimi due sostituiti da Silvana Abate in Calabria e da Valentina Centonze in Lombardia 1. Tra le modifiche ci sono i candidati dell'area di Torino scambiati con quelli di Cuneo-Alessandria, mentre al sud l'ex capogruppo al Senato, Vincenzo Maurizio Santangelo non è più capolista in Sicilia 1 ed è stato sostituito da Antonella Campagna. Il parlamentare trapanese è stato praticamente 'sacrificato' all'altare della necessaria alternanza di genere prevista dalla nuova legge elettorale.

Di Maio giustifica le 'epurazioni'

"Se all'interno delle nostre liste ci sono candidati che non condividono i valori del M5S e sono pronti a cambiare casacca, non potranno entrare nel gruppo". Luigi Di Maio giustifica in questo modo le esclusioni facendo pertanto riferimento a possibili 'voltagabbana'. "Dobbiamo costruire un gruppo parlamentare per il governo del Paese - ha aggiunto il candidato premier – e, pertanto, dobbiamo dare ai cittadini la certezza di portare in parlamento gente che lavora per loro". Chi si è ritrovato fuori, però, non ha intenzione di accettare di buon grado la cosa. Sono circa 500 i componenti del comitato #Annullatetutto e starebbero per partire una serie di diffide individuali, punto di partenza per quello che potrebbe trasformarsi in un ricorso in tribunale ai danni dello stesso Di Maio e del garante, Beppe Grillo. Per alcuni esclusi le accuse scandite da termini come 'profittatore', 'infiltrato' o 'poltronista' costituiscono una 'grave diffamazione'. Nel mirino anche il metro con il quale sono state decise le esclusioni.

Le eterne contraddizioni grilline

L'impressione è che, ancora una volta, il Movimento 5 Stelle sia preda delle proprie contraddizioni: quelle di un ex megafono di piazza che si appresta a tentare la scalata verso lo scranno più alto di Palazzo Chigi. Teoricamente non ci sarebbe nulla di assurdo nel 'filtro di qualità' di Grillo e Di Maio: a meno di 40 giorni dal voto, infatti, i vertici di un partito hanno il pieno diritto di scegliere la miglior squadra possibile, ma questo cozza con l'illusione di 'movimento del popolo' che i grillini hanno dato per anni ai propri sostenitori. Luigi Di Maio dimostra ancora una volta un discreto talento politico: va affinato, ma la stoffa c'è tutta, nel momento in cui motiva la scrematura delle candidature come l’esclusione di persone che non condividono i valori pentastellati e vedono nelle elezioni del 4 marzo semplicemente la possibilità di ottenere una poltrona. Quanto accaduto alle parlamentarie ricorda certamente il caso di Marika Cassimatis a Genova in occasione delle elezioni amministrative dello scorso anno. L'evoluzione politica del M5S [VIDEO] sta raggiungendo lo stadio conclusivo: questo comporta necessariamente scelte drastiche che, talvolta, possono diventare veri e propri boomerang e quello genovese fece proprio male alle truppe pentastellate. Sondaggi alla mano, però, i grillini non accusano al momento perdite di consensi: peccato che senza alleanze o 'appelli alle altre forze politiche' così come preferisce definirli Di Maio, il M5S è solo un petalo del Rosatellum.