Ormai le schermaglie tra il leader leghista Matteo Salvini e quello pentastellato Luigi Di Maio sono diventate dei veri e propri contrasti. L'alleanza "istituzionale" interna alle Camere prosegue, ma quella di Governo appare sempre più lontana. A farla da padrone sono sempre i veti, e ora anche le "minacce".

Nella giornata di ieri, ad esempio, da ambo le parti sono arrivati degli importanti avvertimenti: Salvini ha dichiarato che se dovesse vincere le elezioni regionali si formerebbe un nuovo governo entro 15 giorni.

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Di Maio, invece, non ha escluso una chiusura delle trattative con la Lega: "aspetto qualche giorno e poi uno dei due forni si chiude". Un avvertimento diretto proprio al Carroccio, visto che al Partito Democratico - l'altro "forno" al quale ha fatto riferimento il grillino - non ha mai aperto nel vero senso della parola.

Il presidente Mattarella non vuole il voto anticipato

Entro domani, il capo dello Stato dovrebbe concedere un mandato esplorativo.

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In pole - secondo il "Corriere della Sera" - ci sarebbe la presidente del Senato Alberti Casellati: figura istituzionale, di centrodestra e votata anche dai grillini, che quindi difficilmente potrebbero negare un dialogo diretto con la seconda carica dello Stato. Con questa mossa, il presidente Mattarella punterà anche a chiudere la finestra di giugno per un eventuale voto anticipato. Dunque, non si dovrebbe tornare alle urne in estate.

Ed è sempre con il tempo che le cose dovrebbero sistemarsi: il presidente della Repubblica avverte l'esigenza di dare al Paese un governo stabile, e per questo motivo non vuole indugiare oltre.

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Pd

Su questo punto, il leader politico di M5S è sulla stessa lunghezza d'onda di Mattarella, anche se sono proprio i veti dei pentastellati che non stanno permettendo di sbloccare l'attuale situazione di stallo.

Sicuramente, ad oggi Di Maio sta cercando di darsi un profilo maggiormente istituzionale rispetto a Matteo Salvini, il quale sta dimostrando di essere perennemente in campagna elettorale. Di conseguenza, il capo dello Stato potrebbe tornare a guardare ai grillini come perno centrale in grado di sostenere una maggioranza in parlamento.

E con il "forno" del centrodestra chiuso, per i pentastellati resterebbe aperto solo quello del Pd, a cui Di Maio sta lanciando diversi segnali in questi giorni.

Il Pd risponde diviso al M5S

La risposta dei dem alle aperture di Di Maio non si è fatta attendere. Come spesso capita, il Partito Democratico appare spaccato. Mentre il ministro dello Sviluppo economico Carlo Calenda dalle colonne di "Repubblica" lancia un appello "istituzionale" per un governo di emergenza, il presidente del partito Orfini ironizza: "a Calenda vengono meglio i tweet".

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Di sicuro, l'ala possibilista del PD va allargandosi di giorno in giorno: dopo Franceschini, Orlando e Cuperlo, anche Fassino lancia segnali distensivi: "Qualora il capo dello Stato dovesse indicare una figura autorevole per uscire dallo stallo, è chiaro che noi faremo la nostra parte". I renziani, però, chiudono: secondo Rosato, il PD rimane alternativo a M5S e Lega, e la posizione del partito non cambia.

Tuttavia, secondo un retroscena riportato da "La Stampa", Matteo Renzi potrebbe dire sì ad un governo del presidente, solo se vi prendessero parte anche grillini e leghisti.

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Opzione alquanto irrealistica che, di conseguenza, allontana l'ipotesi di un esecutivo di unità nazionale. L'indiscrezione del quotidiano torinese è stata smentita da un comunicato del portavoce dell'ex premier Renzi, Marco Agnoletti.

Ad ogni modo, all'interno del PD il dibattito si è riaperto, e difficilmente i dem, da sempre persuasi dalla cultura del "partito di governo", potrebbero dire di no al capo dello Stato in caso di stallo prolungato.

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