'Piuttosto che creare problemi, vi manderò nella tomba": l'annuncio 'lapidario' fatto in tv è del presidente delle Filippine, Rodrigo Duterte, e lascia poco spazio ai fraintendimenti. Duterte ha dato ordine alle forze di polizia di sparare a tutti coloro che non rispettino il lockdown imposto nel Paese per fermare il contagio da Coronavirus. La linea Politica del capo di Stato per contenere l'epidemia è, alla lettera, marziale. Duterte è già conosciuto per la fermezza nelle questioni di ordine pubblico e nel contrastare il traffico di droga. Alle prese con un nemico invisibile, ora vuole punire i cittadini colpevoli anche solo di farsi trovare per strada.

Filippine: il pugno duro del presidente

La linea dura di Duterte, qualora trovasse reale applicazione, potrebbe essere sottoposta all'attenzione della Corte penale internazionale. Il presidente filippino offre infatti un esempio estremo, non contemplato dai sistemi democratici, di imposizione delle regole anticoronavirus. La minaccia nasconde la preoccupazione che il fragile sistema sanitario delle Filippine possa essere investito da uno 'tsunami' di contagi e collassare. Al momento nel Paese, che conta circa 110 milioni di abitanti, ci sono 2633 casi di coronavirus accertati, e 107 decessi (Fonte OMS al 3 aprile, ore 10). Ma il presidente ha detto che i numeri sono destinati a crescere nonostante la quarantena sia stata imposta da due settimane.

Polizia, militari, funzionari dei villaggi: a tutti Duterte ha impartito l'ordine di sparare a vista a chiunque crei problemi e possa mettere a rischio la vita altrui. Durante il discorso televisivo tenuto alla nazione il 75enne capo di Stato ha usato l'espressione "vi manderò nella tomba".

Filippine, il capo della polizia smentisce il presidente

"Probabilmente il presidente ha dato troppa importanza all'applicazione della legge in questo momento di crisi": con queste parole, il capo della Polizia, Archie Gamboa, ha smentito, o comunque ridimensionato Duterte. I suoi uomini non spareranno, ha detto, probabilmente per allentare la tensione in un Paese già gravato dalla povertà, e ora alle prese con la pandemia.

La minaccia presidenziale, infatti, è arrivata dopo l'arresto di 21 persone che erano state sorprese in strada a Quezon City, sull'isola di Luzon dove si trova anche la capitale Manila, a inscenare una manifestazione antigovernativa non autorizzata. In realtà, i partecipanti, secondo fonti estere, cercavano cibo mossi dalla fame.

L'emergenza sanitaria porta con sé l'emergenza economica: il lockdown imposto sull'isola di Luzon dove vivono 48 milioni di persone sta mettendo a dura prova gran parte della popolazione che vive di lavori giornalieri, in prevalenza vendita di pesce e commercio al minuto, bruscamente sospesi. Duterte ha promesso ai cittadini l’assistenza del governo, spiegando che arriverà anche se ci vorrà del tempo, e che nessuno morirà di fame.

Filippine, Duterte 'il castigatore'

Forse la sua è stata solo una minaccia per impressionare la popolazione e convincerla con le cattive a stare confinata nelle zone rosse e nella propria abitazione. Però il presidente Duterte, eletto nel 2016, non è nuovo a sortite ad effetto e metodi forti per risolvere i problemi sociali del Paese. Non a caso è stato soprannominato 'il castigatore', grazie alla sua fama di leader che ha mantenuto e consolidato il consenso con il pugno duro. Per vent'anni sindaco, impose ordine e disciplina nella città di Davao contrastando con metodi forti spacciatori e criminali. Poi, eletto presidente, annunciò una campagna contro trafficanti di droga e tossicodipendenti.

Amnesty International ha coinvolto le Nazioni Unite per avviare un’indagine su possibili gravi violazioni dei diritti umani e crimini contro l’umanità commessi nel contesto della 'guerra alla droga', con uccisioni ritenute dall'associazione illegali e possibili esecuzioni extragiudiziali.

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