Quando si parla diDislessia, meglio ancora se utilizziamo i terminiDSA-Disturbi specifici dell'apprendimento così come riportato nell'odierna versione del DSM, si fa riferimento ad un disturbo del neurosviluppo, con origine genetica ed ambientale, caratterizzato da deficit a carico dei processi deputati al processamento di informazioni verbali e non.

Stando alle stime della American Psychological Association, i DSA colpiscono dal 5 al 15% dei bambini in età scolare, cioè quando viene richiesta l'acquisizione di competenze nella lettura, scrittura e nelle abilità di calcolo.

Solitamente preceduti anche da disturbi dell'attenzione e delle attività motorie, i disturbi specifici dell'apprendimento non possono essere giustificati da disabilità intellettive, avversità psicosociali, istruzione inadeguata o da altri disturbi mentali, ma provocano un'importante interferenza con il rendimento scolastico e lavorativo del soggetto.

La riabilitazione, pertanto, è un tema di cruciale importanza su cui la neuropsicologia continua ad interrogarsi tutt'oggi e la scoperta di nuove strategie di intervento, volte a migliorare il benessere del paziente, un obiettivo irrinunciabile.

Ed è ciò a cui hanno puntato i ricercatori dell'Ospedale pediatrico "Bambino Gesù", con la collaborazione del Laboratorio di Stimolazione Cerebrale "Santa Lucia", nei giorni scorsi, proponendo uno studio che è stato pubblicato sulla rivistaRestorative, Neurology and Neuroscience.

Partendo dal presupposto che i pazienti con diagnosi di dislessia presentano un'ipoattivazione corticale,cioè una riduzione della normale attività cerebrale, si è ipotizzato che stimolando queste aree soggette ad ipoattività si potesse ridurre la sintomatologia; per tale ragione si è utilizzato uno strumento già sfruttato per casi di epilessia e depressione: latDCS - Stimolazione Transcranica a Corrente Diretta.

Sebbene la ricerca abbia sfruttato un campione piuttosto esiguo - meno di 20 soggetti con diagnosi di dislessia - i risultati che sono stati proposti, risultano essere decisamente incoraggianti.

Ai 19 partecipanti veniva chiesto di eseguire attività volte a valutare la velocità e la correttezza di lettura, ma solo dopo esser stati casualmente assegnati al gruppo sperimentale (che avrebbe ricevuto il trattamento attivo con tDCS) o al gruppo di controllo a cui sarebbe stato destinato il trattamento placebo.

Il tutto sarebbe durato per 18 incontrati, suddivisi in 3 trattamenti settimanali da 20 minuti.

Passate le 6 settimane, il gruppo sperimentale ha mostrato,nel60% dei casi, un miglioramento stabile, anche a distanza di 6 mesi dall'ultimo trattamento, del quadro sintomatologico con conseguente riduzione dell'intensità dei sintomi.Nel gruppo di controllo, invece, al quale era stato assegnato un trattamento placebo, non si è notato miglioramento alcuno.

Stefano Vicari, il responsabile del reparto di Neuropsichiatria del "Bambino Gesù", si è mostrato ottimista in merito a questa nuova scoperta affermando che "Si tratta di uno studio preliminare i cui dati attendono di essere supportati da indagini su casistiche ancora più ampie (...)Questa ricerca può quindi aprire la strada a nuove prospettive di riabilitazione della dislessia, con una sostanziale riduzione dei tempi, dei costi della terapia e del disagio per le famiglie nel dover sostenere lunghi percorsi di cura e di ridotta efficacia documentata"

Per quanto quest'ottimismo non sia in grado di contagiare tutte le parti coinvolte - su varie piattaforme internet è già possibile leggere qualche perplessitàin merito - non ci rimanere che aspettare ed essere spettatori di una scoperta tutta italiana.