Gli scienziati americani hanno individuato una terapia che permette di rallentare i progressi dell'alzheimer. Un importante passo in avanti per frenare gli effetti devastanti dalle forma più grave di demenza degenerativa primaria. Com'è noto la malattia causa accumuli di placche amiloidi e di proteine ​​tau che causano progressivi e irreversibili danni al cervello che hanno come conseguenza confusione e perdita di memoria. Al momento non sono molti i farmaci disponibili per il trattamento della malattia. La maggior parte dei farmaci hanno come obiettivo principale di rallentare i devastanti effetti della malattia ed al momento non è stato individuato nessun trattamento specifico che impedisca ai sintomi di peggiorare progressivamente fino al punto in cui diventa fatale.

Da sottolineare che il colosso del settore farmaceutico Pfizer ha deciso di interrompere la fase di sperimentazione perché finora non sono stati conseguiti risultati significativi. Dall'altra parte arrivano buone notizie dai ricercatori della Ohio State University che hanno individuato una potenziale alternativa: la stimolazione cerebrale profonda (Brain Pacemaker).

Alzheimer, c'è la stimolazione cerebrale profonda

Nello specifico il trattamento agisce solleticando continuamente i neuroni nel lobo frontale del cervello con gli elettrodi. Negli ultimi due anni il terapia è stata sperimentata su tre pazienti che sono stati sottoposti all'impianto di questi elettrodi. Gli scienziati hanno notato che i soggetti che hanno preso parte alla fase sperimentale sono riusciti a limitare gli effetti della malattia rispetto ai pazienti non trattati.

In particolare una donna è tornata a preparare da sola la pasta dopo quattro anni. Da rilevare che la stimolazione cerebrale profonda è stata utilizzata per trattare centinaia di migliaia di pazienti colpiti dal morbo di Parkinson, un altro tipo di malattia neurodegenerativa. I ricercatori dell'Ohio State hanno scelto di applicare il Brain Pacemaker sul lobo frontale perché è una regione esterna del cervello e tende a subire molto più tardi gli effetti dell'Alzheimer.

Malata di Alzheimer è tornata a cucinare

Gli esperti hanno spiegato che questa è l'area del cervello che utilizziamo per progettare, cucinare, fare commissioni, ed ogni attività che consente ad un individuo di vivere da solo. Sulla questione si è espresso il neurologo Douglas Scharre: 'Ci siamo concentrati su queste cellule perché funzionano ancora abbastanza bene e degenerano più lentamente'.

In buona sostanza la stimolazione di questi neuroni con gli elettrodi li mantiene sufficientemente attivi e, contemporaneamente, rallenta l'accumulo di sostanze chimiche distruttive attorno a loro. L'interessante ricerca è stata pubblicata dal Journal of Alzheimer's Disease ed è stato precisato che la terapia non può in ogni caso fermare del tutto i danni cerebrali dell'Alzheimer. In ogni caso i tre soggetti sottoposti all'elettro stimolazione hanno mantenuto un significativo livello di indipendenza nel corso della fase di sperimentazione.