I parenti che assistono un familiare in coma vegetativo hanno diritto di veder riconosciuto il loro mancato diritto ad una equilibrata e produttiva vita sociale per tutto il periodo di tempo che hanno trascorso prendendosi cura del malato fino alla sua definitiva scomparsa. Di conseguenza, hanno diritto ad un risarcimento del danno patito. Sono queste le conclusioni a cui è pervenuta la Corte di Cassazione e che sono state dettagliatamente motivate nella corposa Ordinanza n°28168/2019 della Sesta Sezione Civile e che è stata resa nota solo di recente.

I fatti che hanno portato al giudizio della Corte

La Suprema Corte di Cassazione si è trovata di fronte al caso di due eredi di un terzo deceduto a causa di un grave incidente automobilistico. Il morto, a causa dell'incidente, aveva riportato gravi lesioni per le quali era caduto in coma. E dopo circa tre anni in quello stato vegetativo era deceduto. A questo punto i parenti sopravvissuti avevano intentato causa contro l'autore materiale dell'incidente automobilistico e alla sua compagnia assicurativa chiedendo il risarcimento del danno patito a causa della prematura scomparsa del loro congiunto.

Il Tribunale di primo grado aveva accolto la domanda di risarcimento del danno dei familiari del deceduto, ma ha attribuito alla vittima un concorso paritario nella causazione dell'incidente.

Di conseguenza, gli eredi proposero ricorso in Corte d'Appello. Ma anche in questo grado di giudizio, nonostante fosse riconosciuto il diritto del risarcimento del danno, venne attribuito alla vittima un concorso di colpa del 75%, mentre il conducente del veicolo venne ritenuto responsabile solo per il 25%. Per di più la Corte d'Appello competente ritenne corretta la valutazione del danno non patrimoniale da liquidare agli eredi del defunto.

Di conseguenza, venne proposto ricorso per Cassazione contro la decisione della Corte d'Appello.

La decisione della Suprema Corte

La Suprema Corte, nelle sue motivazioni, ha chiarito che la vittima di un incidente automobilistico o di altro genere che sopravviva per un determinato periodo di tempo e successivamente deceda, può avere diritto al risarcimento del danno non patrimoniale.

Tale danno, infatti, può concretarsi in due differenti modi. O come un pregiudizio alla sua Salute derivante dalle lesioni subite. Oppure dal turbamento e dallo spavento derivante dalla consapevolezza della propria morte imminente. Ma nel caso di specie, precisa il Supremo Collegio, i ricorrenti non sembra abbiano ritualmente dedotto nei giudizi di merito precedenti tale circostanza. Né è stata fornita dai ricorrenti, sempre nel corso dei giudizi di merito, alcuna prova del danno non patrimoniale della "paura della morte" patito dalla vittima dell'incidente.

Per quanto riguarda il danno alla salute del soggetto che sopravviva per un certo tempo e, successivamente, deceda a causa delle lesioni subite, spiega il giudice di legittimità, può consistere solo in una invalidità temporanea e mai in una invalidità permanente.

Questo in quanto lo stato di invalidità permanente e lo stato di malattia in atto non sono mai compatibili tra di loro. Infatti, finché dura la malattia ci trova in una condizione di invalidità temporanea. Mentre una volta terminato lo stato di malattia, ci si troverà eventualmente in uno stato di invalidità permanente. Questi presupposti medico -legali, secondo il Supremo Collegio, non possono essere non tenuti in considerazione nella determinazione del danno alla salute. E questo anche in base al dettato normativo dell'articolo 138, comma 2, lettera a) del Codice delle assicurazioni, in base al quale per danno biologico si intende la lesione temporanea o permanente all'integrità psico-fisica della persona suscettibile di accertamento medico - legale.

Da ciò, secondo la Corte, la persona che dopo un incidente sopravvive per un certo tempo e poi decede a causa delle ferite riportate non può, da una parte, subire un danno permanente alla salute e, quindi, può patire solo un danno alla salute temporaneo. Tale danno temporaneo alla salute può essere risarcito, secondo la Cassazione, solo tenendo conto del tempo per il quale si è protratto. Da questo punto di vista, per la Suprema Corte, i tribunali di merito hanno operato correttamente.

Successivamente, la Corte di Cassazione ha chiarito i criteri di determinazione del valore equitativo di risarcimento del danno. La Cassazione ha spiegato, infatti, che trovandosi di fronte ad una valutazione equitativa essa è, per ciò stesso, rimessa alla discrezionalità del giudice e, di conseguenza, non sindacabile in sede di legittimità, a meno che non ci si trovi di fronte ad una valutazione del tutto irrazionale che, nel caso specifico è esclusa.

Venendo, infine, al danno patito dai familiari della vittima, la Corte di Cassazione ha ritenuto fondato tale motivo di ricorso. Questi ultimi, infatti, hanno dovuto prestare una costante assistenza al proprio familiare che, a causa delle lesioni riportate, era diventato totalmente dipendente da loro e incapace di intendere e di volere. Tale stato di cose si era protratto per circa tre anni, costringendo i ricorrenti a rinunciare alla loro vita sociale per prestare la dovuta assistenza al proprio familiare.

La Corte di Cassazione, infatti, ha fatto notare come il danno non patrimoniale è un pregiudizio atipico che può assumere le forme più diverse. Di conseguenza è compito del giudice di merito accertare se, quali e quante conseguenze non patrimoniali il fatto illecito abbia prodotto.

Per quanto riguarda il danno patito dai familiari di una persona deceduta la Corte di Cassazione ha richiamato un suo precedente orientamento in base al quale il giudice di merito, per effettuare una corretta valutazione, deve procedere in due step successivi. In primo luogo, in base a quanto stabilito dall'articolo 2727 del Codice Civile. Tale norma detta la nozione di "presunzioni". Queste sono le conseguenze che la legge o il giudice trae da un fatto noto per risalire ad un fatto ignoto. Quindi, il giudice deve valutare adeguatamente le conseguenze che possono derivare dalla morte di un familiare, liquidando tale danno secondo un criterio valido per tutti. E questo per garantire la parità di trattamento a parità di danno.

In secondo luogo, il giudice deve valutare se nel caso specifico oggetto del suo sindacato sussistano delle circostanze particolari che rendano il pregiudizio patito dalla vittima più grave rispetto a casi simili. Mentre le prime valutazioni possono basarsi essenzialmente sul rapporto di parentela tra i familiari, le seconde devono essere sorrette da prove concrete. Ovviamente, precisa la Corte, è necessario che di entrambi i tipi di prova il giudice di merito dia una motivazione analitica e non stereotipata. Per la Cassazione, in questo la Corte territoriale ha errato nella sua valutazione. Infatti, la Suprema Corte ha ritenuto che in questo caso la Corte d'Appello abbia violato il disposto dell'articolo 1223 del Codice Civile in tema di risarcimento del danno.

E questo in quanto la Corte territoriale nella valutazione del danno non ha tenuto conto di tutte le circostanze che ne sarebbero derivate.

Infatti, nel caso specifico, i familiari della vittima hanno sofferto sia nel vedere il loro caro soffrire per circa tre anni e, successivamente, per l'inevitabile lutto. Inoltre, la Corte territoriale, secondo la Cassazione, non avrebbe tenuto in dovuta considerazione il fatto che i parenti della vittima l'hanno assistita ininterrottamente per tre anni, causando loro ulteriori pregiudizi che non potevano sovrapporsi e confondersi con il danno da lutto.

Tutto ciò porta la Corte di Cassazione ad enunciare il seguente principio di diritto: "Il pregiudizio non patrimoniale patito dai prossimi congiunti di persona gravemente ferita, e consistito tanto nell'apprensione per le sorti del proprio caro, quanto nelle forzose rinunce indotte dalla necessità di prestare diuturna e prolungata assistenza alla vittima, è un danno identico per natura, ma diverso per oggetto, dal pregiudizio patito dalle medesime persone, una volta che il soggetto ferito sia venuto a mancare.

Ne consegue che se una persona venga dapprima ferita in conseguenza di un fatto illecito, ed in seguito muoia a causa delle lesioni, nella stima del danno patito dai suoi familiari il giudice deve tenere conto sia del dolore causato dalla morte, sia delle apprensioni, delle sofferenze e delle rinunce patite dai suoi familiari per tutto il tempo in cui la vittima primaria fu invalida e da loro assistita". Di conseguenza, la Cassazione ha accolto il ricorso dei familiari e rinviato la causa alla Corte d'Appello che dovrà attenersi al principio di diritto citato sopra.