Il nome di Scampia evoca, anche a chi non l'ha mai visitato, preoccupanti scenari. Èun quartiere, in realtà una mini-città con quasi 41.000 abitanti, cui vanno aggiunte le presenze abusive, dell'estrema periferia nord di Napoli. Un tasso di disoccupazione che le fonti ufficiali tarano ad oltre il 61%, considerato la capitale della droga campana e non solo: il posto ideale dove girare scene dei film di camorra è poi scappare.

Scampia è dunque un ambiente difficile dove, spesso, i tentativi di socializzazione e integrazione sono lasciate all'iniziativa dei singoli. Ed è di una di queste che vi vogliamo parlare, iniziativa che meriterebbe ben altro sostegno visti gli effetti prodotti e che potrebbe produrre se adeguatamente supportata.

Da Scampiaal 6 Nazioni di rugby

Èil sogno, ne siamo certi, ad esempio, di Mauro Cuccurese, che nel 2010 esordì nella Nazionale Under 17.

Se non sarà 6 Nazioni, saranno la voglia di lottare su ogni pallone, di rialzarsi ogni volta che serve e di giocare con lealtà, principi intrinseci in questo sport. "Forte abbastanza per realizzare l’impossibile", è il motto dello Scampia Rugby che al momento vanta una scuola di rugby che conta un'ottantina di ragazzi suddivisi nelle varie categorie d'età.

Il papà di questa iniziativa è Salvio Esposito, psicologo dello sport, che già ha avuto successo in un'impresa simile con i ragazzi del carcere minorile di Nisida.

Il presidente, Luigi Piscopo, in un'intervista a "Il Fatto Quotidiano" spiega alcune delle difficoltà di operare nel contesto di Scampia: "Qui si vive solo di Maradona. Dobbiamo affrancarci da questo mito e ricominciare a vivere pensando al nostro presente, al futuro." Modificare schemi culturali precostituiti non è semplice, specie se il tutto avviene in un contesto che poche possibilità offre e con nessun supporto delle istituzioni.

Pur militando in Serie C2 (dove l'anno scorso ha colto un onorevole quarto posto), lo Scampia Rugby non dispone di campi dedicati o strutture organizzate. I pochi soldi di cui dispone sono donazioni da associazioni e fonte di autofinanziamento. La FIR, la Federazione Italiana Rugby, "non ha voluto metterci la faccia", lamentano i dirigenti. Ma è evidente che, miracoli come questo, avrebbero bisogno di maggior sostegno e pubblicità.

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